Marco Pannella e Leonardo Sciascia: non vi potrebbero essere due persone tanto diverse, due intellettuali così distanti l’uno dall’altro nel concepire l’impegno sociale e soprattutto politico. Eppure lo storico leader radicale e lo scrittore restano fortemente legati in una non marginale pagina della storia politica del nostro Paese.
Quando nella primavera del 1979 l’Italia della politica, uscita a pezzi dall’assassinio di Aldo Moro, avvenuto un anno prima, si preparava ad affrontare le difficili elezioni per il rinnovo delle Camere e del Parlamento europeo, l’autore de “Il giorno della civetta” era tra gli intellettuali più corteggiati dai partiti. In prima linea, i socialisti di Craxi, che con lo scrittore si erano trovati in sintonia durante il sequestro Moro. Craxi, come Sciascia, era per una scelta umanitaria che consentisse al presidente della Dc di essere liberato dai carcerieri delle Brigate Rosse; comunisti e democristiani erano per la fermezza dello Stato a qualunque costo.
Nonostante questa precedente sintonia, Sciascia aveva detto di no ai socialisti che lo invitavano a candidarsi nella loro lista. Lo scrittore non aveva alcuna intenzione di fare politica attiva, anche perché il male che dieci anni dopo l’avrebbe portato alla morte, già ne minava le forze. Eppure, contro ogni aspettativa, improvvisamente decise di candidarsi come deputato sia alla Camera sia al Parlamento europeo. Artefice di questo colpo di scena un uomo che aveva fatto della politica una sorta di missione ascetica, letteralmente radicale, appunto: Marco Pannella.
Una sera d’aprile del 1979, Pannella telefonò alla casa editrice Sellerio per fissare un appuntamento «della massima urgenza» con Leonardo Sciascia. Non aveva il suo numero del telefono (pochissimi lo avevano), per questo si era rivolto alla Sellerio. L’incontro fu fissato per l’indomani mattina. Da Roma Pannella prese il primo aereo per Palermo. Nell’uscire di casa, Sciascia disse alla moglie di non star bene, di sentirsi inquieto. Non aveva mai incontrato Pannella, anche se in precedenza si erano ritrovati a combattere insieme alcune battaglie civili. Inoltre, da qualche tempo Sciascia aveva scritto qualcosa per i “Quaderni Radicali”, ma in assoluta libertà, senza alcun impegno di militanza.
«Di solito», è Pannella a parlare quando avviene l’incontro, «gli intellettuali aderiscono a un partito, al suo programma, alla sua ideologia. Noi radicali sentiamo di far nostro il suo pensiero politico. Noi facciamo esattamente il contrario di quello che fanno gli altri partiti. Siamo noi che aderiamo alla sua politica. Per questo lei sarebbe il nostro capolista ideale».
Sciascia rimane pensieroso. Poi domanda con voce bassissima: «Lei mi sta proponendo di candidarmi nel Partito Radicale?». «Sì, è così; e la preghiamo di accettare», lo incalza Pannella. Sciascia chiede confuso: «Quanto tempo ho per riflettere?». La risposta è immediata: «Non c’è tempo», dice il leader radicale. «Le liste sono già chiuse, bisogna parlare con un notaio. Non so neanche se tecnicamente sarà possibile». «Permetti», dice Sciascia dando eccezionalmente del tu al suo interlocutore. «Vado a fumare una sigaretta». Al ritorno comunica il suo assenso. «Sei venuto perché sapevi che la porta era aperta», si arrende, citando il Vangelo. Poco dopo, fatti i relativi accertamenti con un notaio, Leonardo Sciascia è candidato nelle liste radicali per le elezioni nazionali ed europee.
Sciascia fu eletto alla Camera e al Parlamento di Strasburgo. In Sicilia fu il primo degli eletti nella lista radicale, seguito dal segretario del partito. Tuttavia, Pannella e Sciascia non ebbero intensa frequentazione. S’incontrarono successivamente un paio di volte nella casa di campagna dello scrittore, presso Racalmuto, ma non si può parlare di una forte, reale amicizia. Tanto rispetto reciproco, questo sì. Una cosa senza dubbio li accomunava, la dipendenza dal fumo. Ma mentre Sciascia fumava per nascondere la timidezza, Pannella lo faceva per sfida, come segno di trasgressione. Ebbe amici tra i radicali, Sciascia. Uno di questi, Mimmo Pinto. «Una delle cose più positive del mio mandato parlamentare è di avere avuto modo di conoscere Mimmo Pinto», ebbe occasione di dichiarare.