Il Secolo XIX
del 20 Maggio 2016

Le mie battaglie contro l’uomo anti-potere


di Enrico Deaglio

Devo la conoscenza di Marco Pannella a Piero Pozzoli, il famoso giovane industriale spezzino che cercò di rendere Confindustria un po’ meno gretta di quello che era. Erano gli anni Sessanta del secolo scorso, io ero un ragazzino e Pannella mi fece scrivere un articolo su una rivistina ciclostilata che si chiamava “Notizie Radicali”. Pannella, allora, era una specie di mito, oltre che un bellissimo uomo che affascinava con la parola. Un liberale che stava con la sinistra, ma certo non con il Pci, né con l’orribile Unione Sovietica; uno che aveva lavorato come “agente segreto” per la resistenza algerina, che aiutava gli antifascisti spagnoli, che ammirava le lotte dei neri americani per i diritti civili e proteggeva i disertori dal Vietnam, un capellone che portava maglioni neri girocollo con un grande ciondolo “fate l’amore non fate la guerra” e chiedeva nei comizi che tutti potessero assumere droghe. «E vogliamo roba buona», diceva, «come quella che sniffa Gianni Agnelli». Non era un politico, era una specie di profeta. Non era un italiano, benché fosse addirittura nipote del vescovo di Teramo Giacinto Pannella.

Era europeo, intimamente. In questi cinquant’anni ho avuto modo di conoscerlo bene, abbiamo fatto insieme giornali e battaglie politiche e, naturalmente, abbiamo litigato ferocemente fino a non salutarci più per un bel pezzo. Ora si dice che avrebbero dovuto farlo senatore a vita. Certo, è ovvio. Ma credo che lui preferisse, in fondo, la parte del testimone, del Cristo, del martire alla ricerca dell’amore. In Italia tutti hanno sempre detto, fin dall’inizio “non è più il Pannella di una volta”, perché aveva questa capacità di spiazzare, di chiedere di più, di maltrattarti se non stavi alla sua altezza. Nel 1973 Pannella andò in Spagna a digiunare, e arrivò davvero vicino alla morte per quattro sconosciuti anarchici che Franco voleva garrotare (e li salvò). Andò nel Burkina Faso a solidarizzare con un gruppo di militari progressisti che avevano fatto un colpo di Stato di sinistra. Chiese diritti per i gay quarant’anni prima del matrimonio gay. Contrastò l’energia nucleare e la pena di morte. Fondò una radio (la prima radio politica in Italia) in cui parlava per ore (in genere per attaccare il proprio partito che non faceva abbastanza) e aveva vietato che si trasmettesse musica.

Accusò Cossiga di assassinio per la morte della studentessa Giorgiana Masi, vinse due referendum e ne promosse altri venticinque, fu il primo a gridare allo scandalo per “la fame nel mondo”, a chiedere amnistie per i detenuti, a difendere un reietto come Enzo Tortora, a soffrire per Aldo Moro e fare quanto possibile per arrivare a una mediazione; a salvare la vita del magistrato D’Urso rapito dalle Brigate Rosse; a portare in Parlamento Leonardo Sciascia. Lottò lungamente per portare un po’ di moralità nella politica italiana e in questo campo consumò la più lunga delle sconfitte, perché i piani del discorso erano diversi: quello che Pannella intendeva per politica non aveva niente a che fare con la politica italiana, davvero irredimibile e irriformabile.

Per questo – per evitare l’ipocrisia – penso che alla fine sia stato giusto non farlo senatore a vita. Per la politica italiana, Pannella non fu mai né un alleato, né “uno di noi”. Era un nemico, anche se non lo dicevano. Votarono per lui – almeno una volta nella vita – ragazzi, vecchie zie, drogati, carcerati, intellettuali, pezzi di popolo. Ma riuscì in quello che davvero aveva voluto: non essere mai uomo di potere.