«Logorroico io? Guardi che io non sono un logorroico. Mai detta una parola superflua in tutta la mia vita», spiegò un giorno Marco Pannella. E davanti alla contestazione di tutte le maratone notturne su “Radio Radicale”, tutte le riunioni fiume, tutte le giornate spese nell’ostruzionismo parlamentare, giurò che non si trattava di una battuta: «Pensi che ho avuto un solo hobby. Quello di scrivere quelle che io chiamavo “Inezie”. Poesie brevissime. Dieci parole massimo». Ci credeva davvero, mentre lo diceva. Anche se, ammetteva, la sua stessa laurea se l’era guadagnata rovesciando addosso alla commissione d’esame una slavina incontenibile di parole.
Eravamo alla metà degli anni Cinquanta e lui andò a prendersi la laurea in Legge col minimo del minimo, il Sessantasei, grazie a una tesi scritta da altri: «Per forza. Avevo troppo da fare come presidente dell’Unione goliardica italiana e dell’Unuri, un’altra associazione universitaria. Così gli amici mi diedero una mano, preparandomi la tesi un capitolo a testa. Il guaio fu che non ebbi neanche il tempo di leggerla». Dopo un’ora, «i professori mi scongiuravano di ritirarmi, ma io non avevo tempo per tornare un’altra volta. E poi conoscevo il tema, l’articolo 7 della Costituzione sul Concordato, molto meglio del 95% della commissione. E restai a lì a discutere per tre ore e mezzo, finché non mi mandarono via col pezzo di carta». Non gliel’avessero data, li avrebbe inchiodati lì fino a notte.
In Parlamento, quando era ancora possibile farlo, inchiodò l’Aula a sedute di giorni e giorni. Sotto la sua guida nel maggio 1980, ai tempi della legge contro il terrorismo considerata “liberticida”, Marco Boato riuscì a parlare per quindici ore e mezzo. Un record che pareva dovesse resistere decenni ma fu battuto il giorno dopo da Massimo Teodori: 16 ore e 5 minuti. «Complimenti», gli disse Oscar Luigi Scalfaro allora vicepresidente di Montecitorio, «ha omesso solo la storia del fermo di polizia al tempo di Omero». Lui stesso, che in realtà ammetteva che non sarebbe mai riuscito in primati del genere perché gli allievi lo avevano superato, se la cavava con qualche furbizia come il giorno in cui, per opporsi a non so quale provvedimento, sproloquiò per ore allungando il brodo citando 40 poeti francesi. Quaranta! «Rischiavamo di passare ore a scartabellare l’enciclopedia», avrebbe raccontato Paolo Malesardi, coordinatore degli stenografi dell’Aula, «ma lui fu gentile, si mise accanto a noi e ce li scrisse correttamente a macchina».
Certo è che se il leader radicale esagerò assai spesso nella sua vita coi diluvi di parole (eppure dava il meglio in certe battute fulminanti: «Tra post comunisti, post fascisti, post democristiani noi finiremo per prenderla in quel post»), è difficile trovare nelle sue sfuriate parole di ipocrisia. Ipocrisia traboccante, invece, negli omaggi post mortem. Omaggi nei quali, al massimo, venivano concesse frasi tipo «al di là dei nostri dissensi…» o «nonostante certe frizioni»…
In realtà, perché serva a riflettere, vale la pena di ricordare che il Pannella tanto elogiato ora è stato per anni bersaglio di insulti: «È lo scendiletto dei Poteri Forti» (Umberto Bossi). «Lui ha bevuto la sua pipì, ma noi dobbiamo sempre mangiare la sua merda» (Fabio Mussi). «Pannella dove sta? È immerso nella sua follia» (Silvio Berlusconi). «È il peggio del peggio. Un voltagabbana nato. Il peggior prodotto dell’Ancien Régime» (Luciana Castellina). «È ormai come Wanda Osiris nella parte di Wanda Osiris, un grande attore che invecchia nei teatrini di provincia: mi fa pena» (Maurizio Gasparri). «È un guitto, un caso doloroso: beve whisky la mattina» (Massimo D’Alema). A rileggerli ora, quei giudizi, si farebbe una risata: ma che bravi ragazzi.