Come accade ogni volta che scompare un protagonista di un passato che non tornerà, anche la morte di Marco Pannella può aiutarci a mettere nella giusta prospettiva il presente che ci troviamo ad abitare. E in particolare il presente del nostro conflitto tra democrazia e autoritarismo, trasparenza e opacità politica, Stato di diritto e stato di arbitrio. Un conflitto nel quale si mosse Pannella – con i linguaggi e gli strumenti che furono suoi, dei suoi avversari e del suo tempo – e che oggi l’Italia vive soprattutto nel conflitto tra Partito Democratico e Movimento Cinque Stelle.
Pannella non fu tenero, neanche negli ultimi mesi di libertà dalla malattia, nei confronti del Pd. E dunque non commetteremo l’ingenuità di assegnargli post mortem (e contro la sua volontà da vivo) la tessera onoraria del nostro partito. Ma questo non può impedirci di vedere come coloro che oggi pretendono di arruolare Pannella tra i profeti ante litteram del grillismo fingano di dimenticare l’enorme differenza che corre tra la critica alla politica (ai suoi ritardi, alle sue pigre consuetudini, alla sua incapacità di rappresentare la società e di accoglierne i bisogni) e la critica alla democrazia.
La prima fu la cifra di tante battaglie pannelliane, anche di quelle lontane dalla sensibilità di chi scrive, e fu sempre orientata ad allargare e quindi ad innovare gli spazi di democrazia e trasparenza nelle istituzioni repubblicane e nei luoghi della partecipazione civile. Così come, lo ha ricordato ieri Emma Bonino, lo Stato di diritto con le sue regole e le sue garanzie fu per Pannella soprattutto uno strumento a tutela dei più deboli contro gli strumenti informali e arbitrari dei potenti.
Il grillismo, al contrario, si alimenta ogni giorno di una critica totalitaria alla democrazia come luogo della trasparenza e di una volontà di distruzione dello Stato di diritto come sistema di regole e garanzie. Anche in questo senso, oltre che nell’esibizione di una violenza verbale di tono fascistoide contro gli avversari, il grillismo è l’erede contemporaneo della destra radicale. Una destra che non ha mai tollerato che l’Italia arrivasse ad una democrazia compiuta, che le istituzioni fossero forti e sempre più trasparenti, che il potere fosse responsabile dinanzi ai cittadini dei propri successi così come dei propri fallimenti. Quella destra che per decenni ha preso di mira la politica in quanto tale urlando un “tutti ladri” che, come ogni notte in cui tutte le vacche sono grigie, non è mai servito a rafforzare davvero gli strumenti con cui la collettività può difendersi dal malaffare. Quella destra che si è sempre trincerata dentro organizzazioni opache e verticistiche, dove una parola del Capo valeva più di ogni discussione tra militanti o decisione di congressi, o che ha prosperato per anni nel conflitto di interessi più clamoroso.
Nella cupa opacità dei Cinque Stelle c’è davvero molto della storia della destra italiana, oltre ad un messaggio chiaro su quanto quel movimento vorrebbe realizzare se riuscisse a prendere il potere. Perché il livello di trasparenza interno ad una organizzazione politica è sempre l’annuncio (o la minaccia) del livello di trasparenza con cui si intende amministrare la cosa pubblica, come abbiamo visto in questi mesi nelle poche città tristemente governate dai Cinque Stelle. Per questo la scomparsa di Marco Pannella è un insegnamento, e un incoraggiamento, anche sul lato dell’impegno con cui il Pd sta contrastando il pericolo autoritario incarnato dal Movimento Cinque Stelle. Rispettiamone la memoria e le battaglie anche evitando di arruolarlo in questa o quella parte politica, ma prendiamo dal suo amore per la trasparenza tutto quello che serve oggi contro i nemici della libertà di tutti.