Marco Pannella è stato nelle cronache politiche dell’Italia democratica l’unico caso di straordinaria inquietudine creativa, il maggiore esempio di azione politica come arte bella. Da noi, in questi ultimi tre quarti di secolo, prima hanno tenuto il campo le grandi chiese politiche, come il Pci e la Dc, le cui misure erano rigidamente dettate e fatte osservare da strategie di potere chiuse nei solenni ma angusti mantelli ideologici. Poi, travolte esse dal cambio dei tempi che è proprio della storia ma, questa volta, irresistibilmente accelerato, il campo è stato occupato da schiere avventurose, talvolta avventuriere, mai più capaci di dare forme progettuali di lungo respiro al loro agire. La politica si è ridotta al gioco di un rissoso comporsi e scomporsi di compagini in lotta per il potere.
Andate in frantumi le rigide misure della prima Repubblica, non v’è stata più nella lotta politica di casa nostra alcuna misura. Alla monotonia dei modelli pesanti è subentrata la gran confusione dell’assenza di modelli nuovi, leggeri ma affidabili. Sono ormai venticinque anni che navighiamo a vista, troppo spesso con piloti di vista corta ed equipaggi riottosi. Marco Pannella, come ogni forte personalità, prima non si è conformato a nessuna delle misure ideologiche correnti, ma neppure si è mosso poi disordinatamente, senza misura. Egli ha costruito una sua propria, personalissima misura, che non ha mai usato con sterile rigidità, ma alla cui essenza nell’azione politica è rimasto sempre fedele.
Nella sua lunga impegnatissima vita Marco, liberale nel senso filosoficamente profondo, formulando il concetto di “partitocrazia” ha diagnosticato con precisione il fattore decisivo dell’immobilismo della società italiana. È questa la malattia mortale, contro cui, ad ogni livello istituzionale, dal Consiglio comunale di Napoli ai banchi del Parlamento nazionale, si è levata la sua voce potente, perfino assordante quando occorreva che lo fosse contro avversari pronti a fingere di non avere udito. Non v’è nessuna delle sue grandi battaglie di politica nazionale in cui Marco non si sia battuto contro il mostro partitocratico che, imposto originariamente dalle circostanze internazionali, ha continuato come per inerzia a imperversare, soffocando lo sviluppo democratico del Paese e ancora, pur malconcio, inceppandone il cammino.
L’originalità della politica pannelliana, del suo pensiero che era azione e della sua azione che era pensiero, controcorrente rispetto all’impianto ideologico dei vecchi partiti e ancor più rispetto alla loro complessiva autoreferenzialità, è consistita innanzitutto nel mantenersi libera dalla lotta per il potere e nel proporsi invece di volta in volta grandi obiettivi di trasformazione civile. A tal fine il formidabile strumento offerto dalla Costituzione alla volontà popolare, il referendum, egli ha insegnato ad usarlo per allargare l’area dei diritti delle persone.
Ma, proprio perché il suo genio politico lo portava ad affrontare le grandi lotte non per il potere ma per obiettivi di potenziamento delle libertà del cittadino contro la pesante inerzia dello Stato, Marco – unico in Italia e tra i pochissimi nel mondo – non si è ristretto entro i limiti della nazione, non si è tenuto nell’angustia del provincialismo politico. A cominciare dal suo fervente europeismo (quanto ne avremmo bisogno oggi!) fino al suo temerario guardare agli orizzonti di continenti lontani, per servire la causa di minoranze oppresse in ogni parte del mondo, Marco ha mostrato che lo spirito profondo della politica non è la conquista del potere all’interno di uno Stato, ma l’allargamento delle aree di libertà nel mondo come condizione della pace. A proposito della pace, egli non ha mai voluto qualificarsi “pacifista”, sembrandogli questa una posizione passiva, una rinuncia alla lotta per i diritti. Egli ha voluto piuttosto esaltare la volitività della lotta non violenta, la strategia di servirsi fino in fondo della legge per battere l’abuso che il potere politico troppo spesso fa della legalità formale. Perciò, con grande saggezza, ha sempre esortato le minoranze non a pericolosi tentativi separatistici, ma alla perseverante e ragionata rivendicazione delle autonomie.
Molti anni fa, in un incontro con Marco a Napoli, io gli dissi che la qualifica di “radicale” a lui andava a pennello, se si tien presente il detto di Marx che «radicale vuol dire prendere le cose alla radice». In sostanza, per giudicare la validità delle leggi non ci si può riferire alla forza del potere che le impone, ma ai bisogni degl’individui cui si applicano e, ovviamente, all’esigenza primaria di garantirne la concorde libertà attraverso la giustizia.
Le ultime strenue battaglie di Marco sono, ancor più delle precedenti, pervase da uno spirito universalistico che ne attestano la grandezza d’animo e l’unicità politica. Sono tutte battaglie per la dignità della vita, combattute per lo più investendone perfino l’Onu, a partire da quella, con Emma Bonino, contro la pratica delle mutilazioni genitali femminili.
Moralmente vittorioso, anche se non ancora compiutamente a causa di residue resistenze e pigrizie, è stato il lungo impegno per affermare il segno più alto della civiltà umana, l’abolizione della pena di morte, di cui complementari sono il rinnovamento dell’intero regime delle pene e la sacrosanta pretesa del rispetto della dignità umana nelle carceri.
La battaglia più nuova e ancora acerba, ma certo la più politicamente profonda, è quella per “lo Stato di diritto contro la ragion di Stato e il diritto umano alla conoscenza”. Qui la lotta di Marco è stata suscitata da un episodio ormai storico: l’opinione pubblica internazionale ingannata da Blair e Bush con la montatura delle sbandierate armi di distruzione di massa, in effetti mai possedute da Saddam, ma messa in piedi per giustificare la seconda guerra irakena, le cui fiamme postume stanno divorando il Medio Oriente, mettendo in subbuglio i Paesi europei, riducendo il Mediterraneo ad un immenso cimitero di popoli in fuga dalle stragi. È questo il più tragico esempio recente di inganno politico, perpetrato sotto la maschera della ragion di Stato. Con la sua proposta, avanzata coinvolgendo autorevoli uomini di buona volontà del mondo occidentale e di quello orientale, della cultura cristiana e della cultura islamica, Marco ha lanciato come un impegnativo testamento la sua ultima sfida in difesa dell’individuo contro l’arroganza dello Stato, che ancor oggi non di rado pretende per le sue decisioni il privilegio del segreto al fine d’ingannare pericolosamente il cittadino.
Proprio perché la sua politica non è stata lotta per il potere nello Stato, ma per la sottomissione di ogni Stato ai diritti che rispettano la radice dell’umanità, Marco non ha mai perso pur nell’età avanzata un suo fanciullesco candore, la trasparenza di chi non ha interessi particolari da nascondere. Ho avuto sempre l’impressione che, se pur qualcosa egli nascondeva magari con qualche moto di sfrontatezza goliardica, erano delicatissimi sentimenti di poetica emozione dinanzi a un gesto di libertà o d’amore, che son poi la medesima cosa.Ora Marco, grande ammiratore di Croce filosofo della libertà, non mi chiederà più se anch’io lo sia, né io potrò più dargli la risposta che finora maliziosamente non gli avevo data. In ogni amicizia resta sempre qualcosa d’incompiuto. Questo ci dice l’insuperabile difficoltà del vivere.