Il Fatto Quotidiano
del 20 Maggio 2016

Schiaffi anche dal PCI al Nosferatu radicale che voleva la libertà


di Antonio Padellaro

Ho cominciato a fare il cronista politico all’inizio degli anni Settanta e Marco Pannella, già allora, era Marco Pannella e tale lo è rimasto fino a ieri, esempio unico di longevità politica su cui, come tanti nel mio mestiere, potrei raccontare mille episodi. Mi limiterò a riportare un sentimento e un flash. Tutti, naturalmente, legano la figura di Pannella e dei Radicali alle storiche battaglie sui diritti civili, dal divorzio all’aborto. Giusto, ma solo quelli della mia generazione possono ricordare il profumo di libertà che respirammo in quegli anni. Fu come se improvvisamente qualcuno avesse squarciato il sipario di quell’Italia bigotta e ipocrita, dove di “certe cose” si poteva parlare solo sottovoce, dove gli uomini vivevano ancora piacevolmente immersi nella cultura dei casini e dove le donne che pretendevano di lasciare dei mariti insulsi e maneschi erano giudicate semplicemente delle puttane.

Ci voleva un grande coraggio per mettersi contro quella cultura dominante e maleodorante. Bisognava metterci la faccia, farsi chiamare frocio e drogato, sfidare le censure, imbavagliarsi davanti alle telecamere, essere considerati dei pagliacci, farsi scomunicare dai cardinaloni, e stare lì e non mollare e insistere, insistere, insistere. Pannella lo ha fatto per tutti noi e ai molti che oggi si riempiono la bocca per celebrarlo, lui dovrebbe chiedere: ma quando io mi sbattevo per voi, voi dove eravate? Formidabili quegli anni, per dirla con Mario Capanna, un altro che si può giudicare come si vuole, ma che insieme a Pannella, a Emma Bonino e ai pochi altri di cui dovrei ricordarmi ma che non ricordo, sapevano trasmettere energia pura alla politica, in un impasto di passioni e malizie, perché non erano angeli né volevano far credere di esserlo.

Votare Pannella a quei tempi (e io l’ho votato) era un modo per distinguersi, per sentirsi più avanti, per rivendicare il diritto di fare del nostro arretrato Paese una democrazia moderna, fondata sulle legalità, ancorata ai valori occidentali, nemica delle dittature rosse e nere, amica della Costituzione americana, della dichiarazione dei diritti dell’uomo e di ogni diversità purché “umana”. Facile rivendicarlo adesso perché furono anni terribili. Gli anni di piombo dell’uccisione di Giorgiana Masi, del ministro di polizia Cossiga, gli anni delle stragi di Stato, del terrorismo, del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro. Ma porca miseria, furono anni vivi, vitali, elettrici. Non quella poltiglia di stupidità collettiva in cui ci siamo immersi. Pannella lo trovavi sempre in prima fila e se qualche conto non tornava potevi essere sicuro che da quell’instancabile rompicoglioni che era non avrebbe dato tregua ai “ladri di legalità”.

Questo è il sentimento mentre il flash è un congresso del Pci in piena Prima Repubblica. Immaginate quella scena di film di Ettore Scola, “La Terrazza”, con il Palasport dell’Eur gremito e silenzioso come una cattedrale rossa, e sul palco l’accigliata nomenklatura dei Berlinguer, degli Ingrao, dei Cossutta, dei Napolitano che altera e severa si fa carico dei problemi del Paese che sembra, immancabilmente, destinata a governare. Improvvisamente, irrompe sulla scena Marco Pannella accolto da un tiepido applauso e da qualche mormorio. Indossa un ampio mantello scuro che dà ancora più risalto al profilo aguzzo e agli occhi fiammeggianti. Visto dalla tribuna stampa sembra una presenza infernale, venuta a portare scompiglio in quel sinedrio di probi e di eletti. «Sembra la maschera di Nosferatu», mormoro a Lietta Tornabuoni che mi sedeva accanto, accreditata anche lei per il “Corriere della Sera”. Siamo nel 1979 ed era in quei giorni nelle sale il film di Werner Herzog, “Nosferatu il principe della notte”, con il vampiro interpretato da un demoniaco Klaus Kinski.

Ecco, a piacermi di meno di Pannella era questa sua vena esibizionista e teatrale, in quel caso il voler fare colpo su quell’aristocrazia comunista che sotto sotto disprezzava, adeguatamente ricambiato dal ceffone ricevuto il giorno che aveva provato a bussare al portone di Botteghe Oscure. Spesso mi sembrava arrogante e inutilmente logorroico, come quando conquistato finalmente uno scranno a Tribuna Politica s’impadroniva del microfono con dei pipponi zeppi di subordinate e, sospetto anche, infarciti da qualche voluta supercazzola. Forse non c’eravamo simpatici, ma è meglio così. Per rispettare (e ammirare) qualcuno non occorre andarci a braccetto o chiamarlo confidenzialmente «Marco», cosa che non ho fatto mai.