forse era l’unico sciopero che nessuno gli aveva chiesto d’interrompere, che nessuno derideva o considerava patetico, che non anticipava una battaglia tremendamente inattuale e che altri, un domani, avrebbero vendemmiato e magari vinto al posto suo. Pannella da una sessantina d’anni diceva cose giuste ma con troppo anticipo, così sembravano sciocchezze; quando si realizzavano, lui era già passato a dire altre cose giuste ma con troppo anticipo, e sembravano altre sciocchezze; così sembrava che dicesse sempre sciocchezze, e non ne diceva mai. Quando corse voce che era malato sul serio (due tumori) e che presto sarebbe giocoforza morto, molti noi risposero: sciocchezze.
Non me ne frega niente di scrivere, ora, un dignitoso “coccodrillo” di Marco Pannella. È da due mesi che a “Libero” me lo chiedono. E poi ultimamente muore un sacco di gente, e invecchiare significa accorgersene progressivamente sempre di più, o forse significa stupirsi che Tizio sia morto oppure stupirsi che – tu guarda – è ancora vivo: ma il problema è che Pannella era fuori classifica, è come se avessero detto che era morto il Cervino: impossibile, c’è sempre stato e ci sarà sempre. Del resto tutta la vita di Pannella sembrava sempre un falso allarme, un’esagerazione.
Apro una parentesi personale, un parallelo che ha segnato la mia carne con una roncola. Conobbi Marco Pannella quando avevo 15 anni: era il 1983 e mi iscrisse al Partito Radicale. Poi, nel 2009, a Ferragosto, mi capitò di rivederlo perché m’invitò a quell’incredibile maratona radiofonica che era la “Conversazione settimanale con Pannella”: tre ore di dialogo surreale e indimenticabile. Nel periodo immediatamente successivo ci sentimmo abbastanza spesso, ma io, d’un tratto, non mi feci più vivo per due diverse ragioni. La prima è che era iniziato quel meccanismo per cui Pannella tendeva a fagocitare le persone. La seconda è che avevo scoperto, dall’oggi al domani, che mio padre stava morendo per un tumore ai polmoni, come ieri Pannella. A essere precisi: Pannella, quando apprese di avere un tumore al polmone, nel 2014, aveva esattamente l’età che aveva mio padre quando apprese del suo. Ed ecco: nel mese che seguì, prima delle esequie, a parte pochissimi amici, ci fu una sola persona di media conoscenza – Marco Pannella – che continuò a telefonarmi, a chiedermi di mio padre, ogni volta ricordandosi ogni minimo particolare, senza poi avere null’altro da chiedermi o da dirmi. E ho imparato che ci sono persone così, eccessive nel bene e nel male, capaci di una generosità improbabile e però autentica, di un trasporto a cui loro, per primi, non possono resistere. Pannella faceva così con me, ma l’aveva fatto con un intero Paese per mezzo secolo. Pannella era un uomo che amava troppo. Mio padre – fumatore sino all’ultimo, ovviamente come Pannella – morì per quella che nei fatti è un’eutanasia non dichiarata: dormendo con un sonno indotto da sedativi; esattamente come Pannella, che mercoledì rispose «sì grazie» quando glieli proposero. A suo modo, un’altra battaglia vinta sotto il naso di tutti: un sereno sberleffo a quella cappa narcotica che ha sempre circondato, da noi, le cose che si fanno ma che non si dicono.
Pannella le diceva sempre, tutte. Ci ha sempre messo la faccia. Ieri, anche il corpo. E che impressione, meno di due ore prima della notizia della morte di Pannella, ieri, incontrare per caso Giuseppe Englaro, il padre di Eluana, un altro pazzo di cui questo Paese ha avuto tremendamente bisogno. Di pazzi, abbiamo avuto bisogno: di un Pannella per togliere il divorzio e l’aborto dalla clandestinità, di un Tortora per accorgerci che la giustizia fa schifo, di un Berlusconi per portare la tv privata in Italia, di un Craxi per modernizzare il Paese, di uno sbirro molisano per fermare un finanziamento illecito che rasentava il racket. Pazzi sì: per compensare il perenne ritardo della politica nei confronti di quella società che siamo noi.
Non lo voglio scrivere il coccodrillo d Pannella, l’ho già scritto tre anni fa su questo stesso giornale, era il 19 dicembre 2012 e scrissi così: «Pannella è uno dei più onesti e disinteressati uomini politici della storia repubblicana, uno dei pochi grandi e veri personaggi che ho avuto l’onore di conoscere decentemente. E non ho voglia di aspettare che muoia per scrivergli tipicamente un coccodrillo retorico: voglio scriverglielo da vivo». Era, appunto, il 2012: per avere Pannella in tv quell’estate, a una trasmissione che conducevo su “La7”, dovetti penare le pene dell’inferno: «Pannella non fa ascolti», dicevano tutti. Era vero, ma risposi: «Chi se ne frega». Per un giorno tornai a sentirmi giornalista.
Dopodiché, ora, che cosa dovremmo fare? L’elenco? Tutte le cose che Pannella ha combinato in vita sua? Figurarsi, non basta la Treccani, forse neanche la bella biografia che gli ha dedicato Valter Vecellio. Parliamo di uno di cui Jean-Paul Sartre si diceva affascinato, uno che fece iscrivere Eugène lonesco al Partito Radicale, che fece dire a Umberto Eco: «Pannella ha insegnato agli italiani come si fa a diventare liberi, e soprattutto a meritarselo». Indro Montanelli invece lo definiva «un figlio discolo, un giamburrasca devastatore, ma in caso di pericolo sarà il primo ad accorrere in soccorso».Pannella: fascista, comunista, provocatore, qualunquista, destabilizzatore, uomo dei cento referendum e dei mille digiuni, del divorzio, dell’aborto, dell’obiezione di coscienza, per i diritti di tutte le minoranze, delle marce antimilitariste, personaggio pagliaccesco e di grande eleganza intellettuale, frequentatore di Benedetto Croce e Mario Pannunzio, Ernesto Rossi e Umberto Terracini, Elio Vittorini e Pier Paolo Pasolini, Ignazio Silone e Riccardo Lombardi. Pannella e Gandhi, Cicciolina e Toni Negri, Enzo Tortora e Luca Coscioni, le canne e le sigarette, e la partitocrazia, lo strapotere dei giudici, il Parlamento degli inquisiti, l’ambientalismo, Mario Pannunzio e “Il Mondo”, il Partito Radicale e la Radio pure, Bruno Zevi e Giovanni Negri, la liberalizzazione della cannabis, il partito che sta (sempre) per chiudere, la fame nel mondo, l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, Domenico Modugno, le dimissioni di Giovanni Leone, Leonardo Sciascia, il cartello-sandwich alla Rai, la pena di morte e Nessuno tocchi Caino, l’autofinanziamento del partito, il referendum con Mario Segni, la Bonino commissario europeo, il Dalai Lama, la Corte Penale Internazionale, l’hashish in piazza, Emma for president, la Cecenia, la procreazione assistita, l’interventismo pannelliano in Kosovo e in Afghanistan, l’Associazione Coscioni, Piergiorgio Welby, la moratoria contro la pena di morte, le carceri, l’amnistia, la rinuncia al vitalizio, i quattro bypass, i due tumori, le due sessualità, le mille sigarette. Marco Pannella, una vita sua e nostra.