Parigi. “I Dannati della Terra”. Ricordatevi questo titolo: è di un libro che comparirà fra breve in Francia e del quale sapremo ben presto che è stato sequestrato. Lo ha scritto Franz Fanon, intellettuale algerino: esce per i tipi di François Maspero, l’editore le cui pubblicazioni, da due anni, passano direttamente, fresche di inchiostro, dalla tipografia ai locali della polizia.
Gli autori di Maspero sono tutti di una specie: hanno firmato l’anno scorso il “Manifesto dei 121” in appoggio ai giovani francesi che si rifiutavano alla guerra di Algeria; sono per lo più regolarmente ‘plasticati’ dai fascisti dell’Oas, e più seriamente perseguitati da quelli al potere; rappresentano quel che resta di ‘francese’, fra i contemporanei, agli occhi di chi amò la Francia; sono i più consapevoli e violenti antifascisti d’Europa. Alcuni nomi: Vercors e Sartre, Mandouze e Fanon, gli avvocati ‘algerini’ del foro di Parigi (processati in questi giorni per “attentato alla sicurezza dello Stato”, in base a falsi costruiti o avallati dalla polizia politica), Jacques Vergès, Ben Abdallah, Michèle Bouvillard e compagni.
Per “I Dannati della Terra” Jean-Paul Sartre ha dettato una prefazione che nasce da un impegno così esauriente e ha motivi di ispirazione così autentica da affiancarsi al libro di Fanon come un altro libro.
I Dannati della Terra sono gli ex-colonizzati, uomini che furono colonizzati per secoli e che oggi – vincitori a volte terribili – vivono interamente della passione del loro riscatto. A essi è dedicata la fatica di Fanon. Sartre guarda ai “colonizzatori”: probabilmente – dice – i nuovi, “dannati”. Sa, per lucida e disperata cognizione, di farne parte anche lui e per questo, appunto, tenta una spietata analisi di coscienza sempre rivolta alla ricerca di una via d’uscita, d’una soluzione costruttrice.
Scrive Sartre: «Su tutto il territorio dell’ex metropoli, le tribù danzano e si preparano al combattimento. Covano rabbia, terrore, violenza: esploderanno. Si alza la cadenza dei tam-tam europei: sono i clakson che ritmano “Algeria francese”. Mentre ancora divampano lo sterminio e il genocidio dei musulmani in Algeria, e altri annegano come topi nella Senna, e altri muoiono impiccati e crocefissi nelle foreste attorno a Parigi, i tam-tam annunciano ormai, con tre note lunghe e due brevi, che i boia stanno arrivando anche per i francesi. Dove sono i selvaggi, adesso? Dov’è la barbarie? C’è un luogo dove “esorcismi e feticci” vengono evocati contro un futuro (ed un presente e un passato prossimo) del quale si ha terrore. Lì, c’è un “grande stregone”, il cui ufficio è serbarci a ogni costo nella oscurità. Lì, la nevrosi colonialista, la stessa che ha dato la forza di trucidare, per vivere, ai “buoni selvaggi” del terzo mondo, insidia tutti, perfino coloro che ne sono i pilastri. La violenza ha cambiato di senso; vittoriosi, l’esercitavamo senza che sembrasse alterarci: decomponeva gli altri e noi, gli uomini. Il nostro umanesimo restava intatto… Ma l’involuzione comincia. Battezzavamo fraternità, amore, la comunità dei nostri delitti; la stessa, ovunque bloccata, torna a noi con nostri soldati, s’interiorizza e ci possiede. Noi, ultrà e liberali, coloni e “metropolitani”, ci decomponiamo».
È un atto d’accusa? Lo è certamente. Ma è anche, e di più, la voce di un rimorso corale. È intelligenza della storia del proprio paese? Certamente, ma è anche, e di più, intelligenza del nostro tempo. È difficile sottrarci a questa suggestione ed escludere senz’altro di essere i destinatari di questa prefazione a “I Dannati della Terra”: nelle parole di Sartre non c’è soltanto la desolata cronaca della Parigi 1961.
«Oggi, l’accecante sole della tortura è allo zenit, illumina tutto il paese; sotto questa luce non c’è più un riso che risuoni giusto, più un volto che non si trucchi per mascherare la collera e la paura, più un atto che non tradisca i nostri disgusti e le nostre complicità. Basta oggi che due francesi si incontrino perché ci sia un cadavere fra di loro. E quando dico uno… La Francia, un tempo, era il nome di un Paese; badiamo a che, nel 1961, non sia il nome di una nevrosi. Ancora di recente, la terra contava due miliardi di abitanti, ossia cinquecento milioni di uomini e un miliardo e cinquecento milioni di indigeni». Fra questi e quelli, conquistatori e conquistati, a garantire il rapporto, due tipi di “inviati” e numerosi pseudoconcetti, “civilizzazione”, “fraternità”, “missione d’amore”, eccetera; e soldati e “pionieri”. Così Asia, Africa, America e Oceania sono state ellenizzate, latinizzate, cristianizzate o variamente emancipate. Varia, naturalmente, e ricca fu la schiera dei “messaggeri”: dai Liautei ai Lawrence, ai Salan e, che so io, ai Graziani meno noti. Vari anche, i “pionieri”; dai boeri del Transvaal, ai portoghesi dell’Angola, ai tedeschi del Togo, ai francesi…
Coloni e soldati ci tornano indietro, inchiodati nelle bare o torturatori e massacratori furenti d’aver smarrito la preda: restituiscono all’Europa che l’aveva loro delegata la logica colonialistica, e poiché sono stati formati a un certo mestiere, è qui che intendono professarlo. Scaglieremo noi la pietra contro i francesi che sin qui hanno avuto paura? Fummo terrorizzati da molto meno.
Sembra che il libro di Fanon, che non abbiamo ancora letto, sia di estrema importanza. Possiamo tentarne la lettura attraverso le citazioni che ne fa Sartre. «Lasciamo – scrive Fanon – questa Europa che non cessa di parlare dell’uomo, mentre lo massacra a ogni angolo delle proprie strade, a ogni angolo del mondo. Sono secoli che in nome di una presunta “avventura spirituale” soffoca la quasi totalità dell’umanità».
Fanon ci scuoia. Finita – lo sottolinea Sartre – l’era degli intellettuali neri o gialli, “evoluti” o “assimilati”. Sembra che gli uomini “civilizzati” respingano al mittente la civiltà della vecchia Europa. Ma quello che torna indietro, in realtà, è il cumulo soverchiante delle transazioni stipulate dalla vecchia Europa con la propria coscienza.
«Laggiù abbattere un europeo è far centro due volte: sopprimere al tempo stesso un oppressore e un oppresso; restano un uomo morto e un uomo libero», il fellagha che prende un fucile, che si organizza nell’esercito di liberazione algerino per combattere, e combatte, libera se stesso, comincia già a configurare le prime strutture e le prime istituzioni di un ordine, più giusto. Coloro che gli stanno di fronte lottano, nello stesso tempo, per mantenerlo in soggezione e mortificare il proprio paese, per poi colonizzarlo.
Coloro che sono stati i nostri “pionieri”, i nostri messaggeri e i nostri testimoni, per quel che chiamavamo “la missione civilizzatrice”, restano tali anche ora che la missione cambia nome e si chiama genocidio, lesa umanità, sfruttamento forsennato, oppressione aperta e sanguinosa. È eccessivo attribuire, come abbiamo fatto sin qui, questa responsabilità a una sola fra le tante versioni del razzismo: il nazismo. Lo sterminio dei semiti non è che la tremenda scorribanda di avanscoperta del colonialismo fra i meno-bianchi-fra-i-bianchi. Come, tanto per non tacere, lo fu il destino di alcune popolazioni del Volga.
Siamo giunti, forse, al punto in cui molti altri europei possono essere chiamati in causa. Siamo, forse, al punto in cui basta un po’ di “comunismo”, di “socialismo”, di “anti-colonialismo” o solo un po’ di fede nella democrazia per oscurare il nostro pallore ariano. A Parigi, in quanti non hanno avvertito che la caccia al lavoratore musulmano era, per i Papon, i Frey e i Debré, nient’altro che la prova generale della caccia al lavoratore, quale che sia, emigrato portoghese o italiano o spagnuolo; o al francese che si illudesse anche lui di manifestare in un avvenire prossimo, contro il loro fascismo e il loro nazionalismo colonialista?
La Francia repubblicana teme per le sue tradizioni. Ha ragione. Le tradizioni dei neri, o dei gialli, furono liquidate; le nostre lingue sostituite alle loro; distrutta deliberatamente la loro cultura senza comunicar loro la nostra. Lo sfruttamento del lavoratore non ebbe bisogno, laggiù, di essere mascherato perché la legge del profitto fosse realizzata; popoli interi sono stati schiantati dalla fatica, dalla sotto-alimentazione, e decimati dai massacri e dalle deportazioni.
Quanti sanno, fra noi, che in gran parte dell’Africa il cannibalismo seguì, e non precedette l’invasione bianca? Quanti, tra noi, sanno che i mercenari di Leopoldo II del Belgio dovevano giustificare ogni cartuccia sparata presentando la mano tagliata di un “selvaggio” punito perché refrattario o ribelle alle coscrizioni per il lavoro forzato?
È vero, Sartre ha ragione. Potrebbe essere vicina l’ora nella quale i francesi, e molti altri, non avranno che una fra queste tre scelte: o costruire, facendo fronte ai boia e ai torturatori, con la violenza creatrice che la resistenza in qualche modo riuscì ad avere; o farsi uccidere, resistendo; o degradarsi a sotto-uomini, cedendo.
«Guariremo?» si chiede Sartre. «Sì. La violenza, come la lancia di Achille, può cicatrizzare le ferite che ha fatto. Oggi siamo incatenati, umiliati, malati di paura. È l’ultimo momento della dialettica: voi condannate questa guerra, ma non osate ancora dichiararvi solidali con i combattenti algerini; non temete, contate sui coloni e sui mercenari: vi faranno saltare il passo. Forse allora, le spalle al muro, sbriglierete finalmente quella violenza nuova che suscitano in voi vecchi fallimenti stracotti. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia. Quella dell’uomo… Il tempo si avvicina, ne sono sicuro, in cui ci uniremo a coloro che la fanno».