Parigi. Il libraio cui ho chiesto “Composition nr.1”, di Marc Saporta, mi ha venduto un libro apparentemente normale. Ma, sul punto di sfogliarlo, mi accorgo che l’operazione è impossibile: la copertina avvolge il contenuto come un porta-documenti. Dentro vi sono centocinquanta foglietti, non rilegati, non numerati, scritti su un solo lato. Null’altro che un assieme di “bozze” corrette. Ogni pagina, alla lettura, si rivela autonoma, come può esserlo un fotogramma in una sequenza cinematografica. Ed il libro, complessivamente, non può che esser letto così come abbiamo dovuto vedere i due film di Alain Resnais “Hiroshima mon amour” e “L’anno scorso a Marienbad”: seguire una serie di sequenze che si scompongono, giustappongono, intersecano le une con le altre. L’ordine non vi è né logico, né cronologico: non è quello di un racconto né quello di una esposizione sistematica. Ma segue, piuttosto, l’“intreccio” fra presente e memoria, una sorta di radiografia della coscienza.
In “Composition nr.1”, come per quei due film, nessuna immagine, nessuna pagina appare, di per sé, centrale, determinante, essenziale. Se alcuni flashback o alcuni fogli fossero smarriti, entro limiti ragionevoli, l’equilibrio dell’opera non ne risentirebbe considerevolmente. Ma non sono queste analogie a poter caratterizzare un libro che, inizialmente, più d’ogni altro, sollecita fastidio e sospetto. Fastidio: perché disturba ogni abitudine del lettore, anche le più comprensibili e innocenti. Non può esser letto in treno o in “metrò”, sulla spiaggia o su un prato; non su una poltrona o a letto: i fogli sfuggirebbero da ogni parte. Sono necessari un tavolo o un leggio: e, nella stanza, non devono esservi correnti d’aria… Sospetto: quello di una trovata quasi-pubblicitaria, o di un provinciale e furbo avanguardismo. “Composition nr.1” è invece un’opera che merita tutta la nostra attenzione.
Come le sculture le cui parti possono essere scomposte e diversamente ricomposte, serbando la loro unità e il loro rapporto di volume e di comunicazione con lo spazio circostante, come le partizioni sinfoniche che lasciano ai singoli esecutori la possibilità di una scelta autonoma dell’ordine delle battute, e delle misure, come nella stessa pittura informale, Saporta finisce per stabilire nella materia romanzesca rapporti moventi, dinamici, in luogo di quelli “fissi” e statici sin qui adoperati. La libertà del lettore di leggere il suo romanzo disponendo come crede l’ordine delle pagine è totale ed effettiva. Ma, comunque venga letto (e di questo lo stesso Saporta non si è reso conto), il romanzo resta lo stesso, la sua verità non muta.
Ne ho parlato molto a lungo con Marc Saporta. Quarantenne, spagnolo, di formazione giuridica, alto funzionario internazionale, giunto “alla letteratura” da tre anni appena. Tradotto in più lingue, paragonato dalla critica “a Robbe-Grillet”, o “all’opposto di Robbe-Grillet”, avendo fatto evocare Faulkner e Moravia, ha, ora, sconcertato. E… «Ho sconcertato la critica e la critica mi sconcerta» mi dice Saporta. «Nessuno, nelle decine di articoli che mi stanno giungendo, affronta la sostanza del mio libro. Non sanno che cosa dire, ed è forse per questo che ne parlano molto. Eppure tutto mi sembra semplice, giudicabile, contestabile o condannabile senza troppa difficoltà, se si vuole. Questa storia m’è venuta in mente in funzione della sua rappresentazione. Non avrei saputo scriverla altrimenti. E quel che volevo dire ne è uscito poi potenziato. Scriviamo, in definitiva, per sbarazzarci di qualcosa, e non quel che vogliamo. Mi sembra di averlo detto. Era, comunque, un’esperienza da tentare, un bisogno imperativo di scrivere, e scrivere un romanzo sotto questa forma. Animare dal di dentro anche la materia romanzesca, conquistarle, se vuole, una nuova libertà… Scoprirne nuove leggi di equilibrio. È un principio scientifico moderno: non vi sono leggi ‘assolute’ che regolino la vita della materia, degli oggetti… A scuola, avevamo appreso che la composizione più o meno classica dei romanzi poteva riassumersi in uno schema: introduzione, sviluppo, conclusione. Che doveva essere diviso ed equilibrato in capitoli. L’equilibrio… è, infatti, un dato essenziale: un romanzo mal composto è un cattivo romanzo…».
Ma cosa significa che «questa storia è venuta in mente in funzione della rappresentazione»? «Ho voluto calcolare – prosegue Saporta – prima di cominciare a scrivere, non già il numero approssimativo delle pagine, la struttura e la lunghezza di ogni capitolo, ma, secondo un certo quadro matematico, la percentuale di importanza che do agli elementi costitutivi che voglio esprimere. Mi fisso centocinquanta pagine, stabilisco di creare X assegnando 25 pagine a ciascuna delle tre donne la cui presenza, per più ragioni, è costante nella sua coscienza. Il resto, le altre 75 pagine, al suo “passato”. Secondo un calcolo, fatto, delle probabilità, quale che sia l’ordine che il lettore presceglie per leggerle, il romanzo deve trovare ben presto il suo punto di equilibrio. Come quelle bambole che, comunque le si appoggi, su un piano, tornano sempre a sedersi o a distendersi. Se il lettore incontra, nelle prime quindici pagine, cinque pagine su Marianne, le successive, con la loro corrispettiva ‘mancanza’ di Marianne, ridaranno il suo equilibrio alla materia romanzesca. E, intanto, questa ‘materia’ finisce per acquistare una maggior libertà in rapporto alle leggi fisiche che la regolano… In definitiva, i fogli, non rilegati, potendo essere letti in qualsiasi ordine, danno una gamma di echi, di contrasti, di concatenazioni maggiore, conferendo non solo allo scrittore, ma al lettore stesso, un giuoco romanzesco più ricco…».
Ed è qui, forse, che Saporta stesso, così consapevole e convinto delle ragioni che lo spingevano a dare una nuova forma al (suo) romanzo, come spesso accade, mi sembra non abbia colto una delle caratteristiche più interessanti del suo libro. Nella breve pagina di introduzione a “Composition nr.1” (che nel tono ricorda un poco le “istruzioni per l’uso” che si leggono sulle scatole di nuovi prodotti) scrive: «Il lettore è pregato di mischiare queste pagine come un giuoco di carte. Di ‘tagliarle’, se lo desidera, con la mano sinistra, come da una cartomante. L’ordine nel quale i foglietti usciranno dal giuoco orienterà il destino di ‘X’… Il tempo e l’ordine degli eventi regolano infatti la vita più della natura degli eventi stessi… Dall’incatenarsi delle circostanze, dipende che la storia finisca bene o male; una vita si compone di elementi multipli. Ma il numero delle composizioni è infinito…».
Ora, quale che sia invece l’ordine di lettura, il “Destino di X” appare concluso, spento. Saporta ha infatti con “Composition nr.1” un romanzo sartriano. La chiusura esistenziale vi è totale. È la storia di un uomo quarantenne cui tutti i vecchi valori sono crollati ma restano insostituiti, e le loro scorie lo ingombrano e lo feriscono: non meno che nella sua coscienza, i punti di riferimento o di appoggio che la società può offrire sono per lui inesistenti. Tutto gli appare condannato in partenza. È la lezione che crede di aver appreso; e diviene l’obiettiva verità della sua vita. Che si tratti di ricordi d’infanzia, delle scoperte dell’adolescenza, delle donne il cui incontro lo ha segnato (la moglie, l’amante, la ragazza che ritiene di aver violentato), della Resistenza verso la quale per esser sopravvissuto alla morte di tutti i suoi compagni si rivolge quasi con la coscienza di un traditore, delle difficoltà soffocanti del lavoro ed economiche, di un furto realmente eseguito o solo “moralmente” compiuto, o del senso d’angoscia che il buio, i corridoi o la polizia che pattuglia le strade puntualmente risvegliano in lui, tutto è deserto morale.Forse, il successo della formula di Saporta è legato proprio a questo carattere “chiuso” del suo nuovo romanzo. Quale che sia la concatenazione dei fatti, quale che sia, cronologicamente, il rapporto che li lega, quale che sia la loro verità “obiettiva” o solo “interiore”; è dal loro intreccio serrato, statico, definitivo che “X” acquista la sua qualità di personaggio “autentico”, uno dei più compiuti e veri di quanti l’anno letterario francese ci abbia saputo proporre.