1-2-3 Marzo 1962

Il memoriale di Francesco Arancio


Sono stato arrestato il 9 settembre 1958 alla terrasse di un caffè sul corso Belsunce a Marsiglia a mezzanotte. La polizia mi interrogò dapprima rimproverandomi d’essere un prosseneta. Mi diede il nome di due ragazze che effettivamente conoscevo, ma dichiarai che mi divertivo con loro ma che non vivevo del loro denaro. La polizia cominciò poi ad interrogarmi su un furto in una gioielleria con omicidio e furto qualificato. È un affare del quale ancora oggi non so di che si tratti, e ne fui stupito. Proclamai con tutte le mie forze la mia innocenza.

Al mattino, il giudice Delmas Goyon mi pose le stesse domande della polizia; e reiterai anche a lui le mie proteste di innocenza. Il giudice allora mi chiese dove mi trovavo il 1 settembre. Sorpreso, perché si trattava di dieci giorni prima, gli dissi di non ricordare esattamente, ma che facevo alcuni piccoli lavori nella casa nuova del mio tutore fra l’una e mezzo e le due. Spiccò immediatamente contro di me un mandato di cattura per furto qualificato.

Giunto alla prigione di Baumettes, fui isolato. Dopo tre giorni il giudice venne a chiedermi se avevo altre dichiarazioni da fare. Nel frattempo ero riuscito a ricordarmi dov’ero il 1 settembre; gli dissi che mi trovavo a Martigues, a 25 chilometri da Marsiglia con Jacqueline Gervasoni detta Michèle, Murgia Finuccio (cognato di mio fratello, e non parente, come ha cercato di pretendere la Giustizia), e Clotilde Chappouin detta Josette. Il giudice mi chiese se non vi fossero altre persone che mi avessero scorto e gli dissi subito che il fattorino dell’autobus che avevo preso era tunisino, e che avevamo parlato assieme (quest’ultimo, citato come testimone alle assise, ha confermato il fatto, ma ha dichiarato che non poteva precisare il giorno esatto).

Il giudice prese atto di tutto questo, mi disse cortesemente che avrebbe controllato e mi lasciò un pacchetto di americane (ho saputo poi che era al corrente del viaggio a Martigues con le persone che gli avevo indicate).

Una settimana dopo la visita del giudice istruttore, ricevetti quella di un avvocato d’ufficio, Pietri, designato dal giudice Delmas Goyon. Gli comunicai subito la mia innocenza in quell’affare e gli chiesi di farmi uscire da quella cattiva situazione.

Qualche tempo dopo ricevetti la visita di un altro avvocato, che mi dichiarò di chiamarsi Bottai. Meravigliato, gli chiesi di dirmi la persona che l’inviava. Tenne il mistero su quella persona, dicendomi, dopo un momento, che si trattava di una donna di 30 anni che mi amava molto, ma di cui doveva tacere il nome; e mi disse di riflettere per individuarla: avevo una settimana per farlo. Effettivamente una settimana dopo, Bottai venne a trovarmi e, alle mie insistenze, mi disse che non si trattava di una donna ma di un uomo: Murgia, il suocero di mio fratello. Questo mi rese fiducioso. Mi rivelò che il mio affare aveva fatto un certo rumore, fuori, e che la polizia aveva ricevuto le felicitazioni del Presidente della Repubblica, per avermi arrestato come complice in quella storia di furto aggravato con omicidio. Gli feci immediatamente un promemoria, relazionandogli tutti i fatti, dandogli punti precisi con prove in appoggio che gli era facile di chiedere e di provare nel corso dell’istruttoria.

Mi affidai dunque interamente nelle mani di quell’avvocato. Ma il tempo trascorse e, verso la fine dell’istruttoria, vedendo Bottai non far molto per me, misi al corrente mio padre della situazione. Questi andò a trovare Murgia per dirgli il suo malcontento per avermi trovato quell’avvocato che non faceva nulla per me. Murgia restò molto sorpreso, e gli disse che non aveva mai designato Bottai per difendermi.

Dinanzi a quel fatto, mio padre si recò nello studio dell’avvocato Bottai, che restò molto sorpreso della sua visita, e pur cercando di trovare molte scappatoie, non poté dirgli in modo certo chi lo aveva designato per difendermi. Si contentò di dirgli, verso la fine dell’incontro, che era stato incaricato da persone che lo avevano più volte chiamato al telefono. Mio padre comprese allora che quell’avvocato non era sincero, e mi disse di non fidarmi più di lui e che sarebbe andato immediatamente a chiedere consiglio al Consolato d’Italia.

A seguito di questo passo, il Consolato d’Italia mi raccomandò l’avvocato Chiappe, che venne subito a trovarmi e mi chiese esattamente quel che aveva fatto l’avvocato Bottai durante l’istruttoria. Gli esposi di nuovo tutti i punti che avevo indicato per la mia difesa e restai molto stupito che il Bottai non avesse fatto nulla. Sfortunatamente l’istruttoria era terminata, ed era difficile all’avvocato Chiappe riprendere tutto quel che era stato tralasciato dall’avvocato Bottai, per provare la mia innocenza. Ma mi assicurò ugualmente che avrebbe fatto l’impossibile.

Durante le numerose visite che mi fece, l’avvocato Chiappe mi parlò di numerosi fatti che non riusciva a comprendere nell’atteggiamento dell’avvocato Bottai nei miei confronti; e che non si spiegava come questi avesse lasciato passare sotto silenzio durante l’istruttoria tutti gli argomenti che gli avevo fornito; e mi spiegò che non poteva purtroppo fare granché contro un collega.

Tutti questi particolari provano che l’avvocato Bottai era stato inviato dalla polizia e che quest’ultima sapeva, dunque, benissimo ch’io ero innocente. L’avvocato Chiappe riconobbe d’altra parte che l’avvocato Bottai aveva avuto tra le mani tutte le prove per provare la mia innocenza. E mi raccomandò, per riguardo al suo collega, di non parlarne davanti alle Assise. Si chiese anche come l’avvocato Bottai avesse potuto avere un permesso di colloquio, quando io non l’avevo designato come difensore e come il giudice avesse potuto concederglielo!

C’è anche un altro fatto che è opportuno precisare e che prova a sufficienza la complicità tra la polizia e l’avvocato Bottai: è che la polizia, nel corso del mio interrogatorio all’Eveché, non mi aveva assolutamente usato alcuna sorta di violenza e mi aveva permesso di fare la deposizione come volevo, senza provare a minacciarmi.

Per quanto riguarda la deposizione contro di me di Michèle, perché la polizia o il giudice istruttore non me ne hanno mai parlato al momento del mio arresto e durante l’intera istruttoria? Perché non sono mai stato messo a confronto con Michèle e Chaix sull’affare e sulle sue dichiarazioni? L’unico confronto che potei avere alla fine dell’istruttoria fu fatto solo per il furto di una macchina che aveva avuto luogo il 3 settembre, macchina che servì per fare un viaggio a Martigues.

D’altra parte, tutte queste indicazioni si rivelarono esatte nel corso del dibattito alle Assise (per il furto della macchina e non per l’episodio principale, ndr.), poiché vennero dimostrate dal mio difensore avvocato Floriot, il quale pose due domande precise a Michèle Gervasoni; cioè: 1) se era al corrente delle ragioni del mio arresto, e rispose di no; 2) se fosse esatto, come risulta dagli allegati processuali, che le avessi fatto confidenze sull’affare, e rispose ancora di no, tassativamente.

Tutto questo prova che le deposizioni le erano state dettate dalla polizia e che non era al corrente di nulla. Perché, dunque, Michèle accettò di fare queste dichiarazioni e di firmarle? Perché era molto gelosa, avendomi sorpreso qualche tempo prima del mio arresto con un’altra donna.

Anche per quanto concerne le dichiarazioni fatte da Chaix durante l’istruttoria, tengo a segnalare che non ne sono stato messo al corrente che alla fine dell’istruttoria e che non ho mai avuto un confronto durante questo periodo con Chaix. Quel che posso dire riguardo a queste dichiarazioni è che si tratta di una vendetta contro di me da parte sua, e che la polizia si è servita di lui contro di me.

Chaix aveva una ragione di vendetta perché è la mia amante Clotilde Chappan detta Josette che l’ha fatto arrestare. Fatto più importante: Chaix è stato arrestato dopo di me e la polizia gli ha fatto credere che ero stato io ad accusarlo. Vedendo allora che la polizia si accaniva contro di lui, dichiarò che io ero compromesso nell’affare, pensando che il mio amico Tartanella mi avesse fatto delle confidenze e che io li avessi denunciati alla polizia.

Per quel che concerne la ricostruzione del delitto, tengo anche a precisare che fu a seguito delle pressioni dell’avvocato Bottai che accettai di parteciparvi. Infatti quest’ultimo mi disse che se mi rifiutavo questo poteva dimostrare che avevo paura, e che ero colpevole, mentre partecipando alla ricostruzione avrei dimostrato la mia innocenza.

Fiducioso di quel che mi aveva detto l’avvocato Bottai, accettai di fare nel corso della ricostruzione del delitto, quel che il giudice mi diceva di fare. L’avvocato Bottai possiede una dichiarazione che Clotilde Chappan aveva fatto alla polizia e nella quale riconosceva che il 1 settembre ero effettivamente con lei (a Martigues, come avevo detto io stesso dichiarato al giudice istruttore). Dopo questa dichiarazione la polizia ha, non so come, trovato il modo di far ritrattare Clotilde Chappan e di farle dire il contrario, perché essa dichiarò successivamente che non si ricordava più del giorno. Perché la polizia ha agito così?

Sei mesi dopo il mio arresto un certo Nakache venne a trovarmi nella mia cella e mi disse che sapeva che io ero innocente e che solo lui conosceva i colpevoli poiché aveva pagato da bere ai veri colpevoli, e che lui solo poteva salvarmi la vita. Gli chiesi allora se fosse pronto a fare una dichiarazione al giudice istruttore e mi rispose che avrebbe fatto qualcosa solo il giorno in cui sarebbe stato liberato. Vedendo che cominciava a parlare di questa storia a diversi detenuti, ne misi al corrente il giudice istruttore, per lettera.

Poco dopo fummo convocati, Chaix ed io, dal giudice che ci lesse la lettera che gli avevo mandato. Chaix disse subito che non conosceva Nakache ma che teneva ad essere messo a confronto con lui. Perché questo confronto non ha mai avuto luogo? Sono costretto a credere che quel che m’aveva dichiarato Nakache era la verità, malgrado costui, deponendo dinanzi alla Corte d’Assise, abbia negato quel che aveva detto, sostenendo che aveva solo sentito dire questo fatto da certi tunisini. Mi confessò d’altra parte più tardi che era stato il giudice istruttore stesso a raccomandargli di tacere. Ma un altro incidente ebbe luogo alle Assise. Nakache dichiarò di conoscere l’ispiratore del colpo, e che la sua vita era in pericolo. Fece il nome di Jos Ires e affermò che quest’ultimo lo aveva minacciato di morte, nel caso avesse parlato. Perché non c’è stata a questo punto una nuova istruttoria per sapere se questi fatti erano esatti, per conoscere la verità?

Tutto questo mostra che c’è stata contro di me una macchinazione fatta dalla polizia e ben orchestrata dall’avvocato Bottai. Per prova, ecco come gli spiegai quello che avevo fatto il 1 settembre; tutti fatti che egli non fece verificare.

Dovevo andare a Martigues. C’era un pullman alle 10,30. Per giungere in tempo, uscii di casa correndo. Giunto al bar Claude, il padrone mi disse di non aver tempo per farmi la solita iniezione, di tornare più tardi. Gli risposi che andavo a Martigues, e che sarei ripassato la sera o l’indomani. Poi raggiunsi Finuccio e le ragazze.

Assieme ci recammo al pullman che partì alle 10,30. Arrivato alle 12,10 a Martigues, piccolo paese che non conoscevo, Josette ci condusse dai suoi genitori e ci presentò al padre e alla madre come amici. Mi chiese subito se preferivo mangiare da lei o al ristorante. Per non sciupare del denaro, decidemmo di mangiare da lei. Uscì allora per comprare del cibo. Tornò un quarto d’ora dopo dicendo: «Franco, non ho trovato carne. Il macellaio è chiuso, e non c’è nemmeno pane». Le risposi che potevamo mangiare quel che c’era in casa. Preparata la tavola ci sedemmo e all’una meno un quarto il padre di Josette si alzò per andare al lavoro. Cominciava all’una e ci salutò; e così sua moglie. Finimmo di mangiare verso l’una e mezzo. Chiesi a Josette se poteva farci fare la siesta nella sua camera, cosa che facemmo. Finuccio, vedendo che il letto era abbastanza largo, si allungò a fianco a Michèle ed a me, mentre Josette lavava i piatti.

Dopo mangiato, Josette ci fece dormire – me e i miei amici – nella sua camera, mentre lei lavava i piatti. Verso le 16 ci svegliò e ci mostrò delle fotografie di suo marito, che conoscevo bene, perché era stato mio vicino. Dopo di che partimmo salutando sua madre e dando un bacetto al bambino di Josette. Ci fermammo in un bar che era di fronte alla fermata dei pullman. Mentre eravamo seduti sulla terrazza vidi una bilancia, che mi indicò che il mio peso era di sessantun chili. Ricordo che non lo gradii, perché per fare la boxe dovevo pesare 58 chili. Nello stesso momento Josette si alzò per parlare ad un autista di tassì che conosceva. Dopo dieci minuti di conversazione tornò al nostro tavolo dicendo ch’era un suo cliente.

Alle 17,30 il pullman si fermò davanti al bar e partimmo. Dopo il primo villaggio, un fattorino si diresse verso di noi. Tirai fuori un biglietto da 1.000 franchi per i quattro posti e lui disse: «Tutti i clienti dovrebbero essere come voi, perché è proprio il prezzo giusto». Accorgendosi che eravamo tunisini, disse: «Come me!». Finuccio parlò a lungo con lui di Tunisi. Io ero seduto accanto a Michèle e Josette, e chiesi loro se volevano venire ala sala di boxe. Poco prima di arrivare alla Porta d’Aix mi alzai per dire al fattorino: «Poiché siete tunisino volete avere la cortesia di farci scendere alla Porta d’Aix, perché faccio la boxe e devo andare a vedere il mio manager?». Fece arrestare il pullman ed io lo ringraziai, salutandolo.

Elenco ora i punti che provano che quel lunedì 1 settembre non ero a Marsiglia ma a Martigues, e che dimostrano che la polizia non ha fatto nulla per approfondire l’inchiesta. Ecco la prova formale dei punti che dimostrano la mia innocenza.

1) Non c’era carne, né pane quel giorno. Dunque questa è già una prova perché fornai e macellai chiudevano il lunedì, in quel periodo. Questo controllo la polizia poteva farlo.

2) Josette, non trovando né carne né pane, andò in un negozio dove comprò una scatola di sardine, un chilo di patate e quattro uova. Questa merce non fu pagata. Quindi il negoziante segnò il prezzo sul conto di Josette. Salvo errore non annotò questo su un pezzo di carta qualsiasi, ma su un quaderno con la data e il giorno. Il compito della polizia o dell’avvocato Bottai era di verificare anche questo punto.

3) Josette aveva parlato con un autista di piazza. Questi ci notò tutti e quattro, perché si trovava a tre metri da noi. Sapeva che Josette era in nostra compagnia. Lei stessa mi aveva detto di avergli parlato di noi tre, vale a dire di Finuccio, di Michèle e di me. Bottai avrebbe dovuto far interrogare questo autista, che per il suo mestiere avrebbe dovuto essere abbastanza osservatore e capace di ricordarsi di averci visto seduti tutti e quattro. La conversazione fra lui e Josette si era basata sul fatto che lui avrebbe voluto passare qualche ora con Michèle, sapendo che quest’ultima, come Josette, si dava alla prostituzione. Bottai sapeva che se avesse fatto verificare questi fatti, sarei uscito immediatamente. Del resto, me lo diceva.

4) Avevo dato personalmente precisazioni all’avvocato Bottai, dicendogli che nel primo villaggio dopo Martigues sulla strada del ritorno verso Marsiglia, avevo notato che cominciava a cadere una pioggerellina fine. Erano le 17,45. L’ufficio meteorologico dovrebbe poter precisare se è vero. L’avvocato Bottai non mi ha mai parlato dell’ufficio meteorologico. È stato l’avvocato Chiappe, dopo che l’istruttoria fu terminata, a parlarmene; si sono preoccupati di far citare dei meteorologi, che non hanno potuto stabilire niente.

5) Non credo che il bigliettaio dell’autobus non possa precisare il giorno in cui ci vide sulla sua vettura, perché tutti i lunedì incassa lo stipendio. Deve ben ricordarsi che è stato proprio quel giorno a incontrarci. Ma io so quello che la polizia ha fatto a lui e a quattro altri, dicendo loro che in casi del genere, se si sbaglia, si viene condannati per falsa testimonianza. Allora conviene dire che non si ricorda, eccetera. Questo teste ha accettato di dire così, avendo paura delle argomentazioni che la polizia potrebbe opporgli, pur sapendo che non è questa la verità.

6) Mi ero pesato sulla bilancia che si trova davanti al bar. Posso precisare l’ora e il peso registrato. Ora non è possibile che parecchie persone si pesino allo stesso tempo e abbiano tutte lo stesso peso. Di conseguenza la polizia poteva benissimo, a quell’epoca, aprire la macchina e far controllare il rullino registratore che doveva indicare data, ora e peso.

7) Finuccio, per venire con me a Martigues, non era andato a lavorare. Il suo datore di lavoro se n’era accorto e aveva certamente segnato la data, per detrargli la giornata di paga. Spettava alla polizia andare a controllare questo fatto, che avrebbe così indicato la data e il giorno dell’assenza.

Tutti i punti suindicati dimostrano che l’avvocato Bottai e la polizia non hanno fatto il loro dovere, che era quello di ricercare la verità. Il modo gliel’avevo dato io, chiedendo la verifica dell’alibi che ho qui esposto.

Tutto ciò non è stato fatto, e oggi ancora mi domando perché. Lo scopo loro era di farmi condannare, soffocando tutte le mie dichiarazioni e dicendo invece in pubblico che gli alibi che io fornivo erano falsi, per creare l’impressione che io fossi colpevole.

Marco Pannella