5 dicembre 1962

Landru redivivo per una sola sera


Il Grand Guignol, lo spettacolo parigino che fece svenire regine e generali, ha rialzato il sipario dinanzi a una platea deserta. Nessuno spettatore; solo la cinepresa di un regista che sta raccogliendo in tutto il mondo un’antologia dell’orrore

Parigi. Landru segherà questa sera il suo ultimo braccio di gesso, per l’ultima volta il sangue della sua vittima (acqua colorata di una peretta di gomma, che tiene nascosta nel palmo della mano) cospargerà la scena. Nessuno svenirà: non solo perché nessuno sviene più al Grand Guignol, ma perché non c’è più pubblico; nemmeno quei pochi patiti che da anni il vecchio teatro contava come spettatori. Si recita, e si “gira”, infatti, per conto esclusivo di “Mondo di notte n. 3”, una pellicola in cui il produttore Mazzei, della Julia Film, e il regista Proia, vogliono raccogliere una antologia dell’“orrore grand-guignolesco”.

La troupe prenderà il treno domani, in seconda classe (e cuccette) per Marsiglia, Aix-en Provence, Arles e, forse, il Nord Africa, inseguendo un pubblico lontano e probabilmente irraggiungibile: solo un impossibile viaggio nel passato potrebbe restituirglielo. «Partono in tournée per un anno», ci dice Madame Weigand, la “patronne”. «Io farò la spola, per trovare un teatro sui boulevards, dove ricominciare. Chi vuole che venga più qui?».

Madame Weigand aveva cominciato con lo spiegarci di aver accettato tre anni fa, da Madame Machard, l’eredità del Grand Guignol, perché lei ha il teatro nel sangue, ha debuttato come comédienne a dieci anni («Ero precoce») ed ha continuato con successo, prima di divenire direttrice dell’Apollon. Parla con sussiego, e un visibile sforzo di gentilezza e di precisione nella scelta delle parole. È una sorta di Mae West, pallidissima di pelle e rossissima d’unghie e di labbra, con trent’anni e trenta chili in più: la pelliccetta che ha indosso non arriva a chiudersi che a fatica. A dirle, come si afferma, che la tournée durerà finché vi saranno soldi per viaggiare e magiare, incontreremmo un diniego scandalizzato, e forse una sbattuta di porta in faccia. A lasciarla parlare, riportandola ogni tanto sull’argomento, qualcosa di interessante viene invece pur fuori: «Viviamo la crisi generale del teatro. Il nostro, poi, è un genere particolare, che richiede soluzioni particolari. Abbiamo un pubblico fatto a metà di curiosi, a metà di habitués… Non scriva che gli habitués sono sadici, sarebbe un’offesa, ma certo è gente attratta dall’orrore e dal sangue, insomma dei sadici. Sono quelli che uccideranno mai la portiera o la suocera, ma sogneranno sempre di farlo. È sempre più difficile far paura: c’è stata la guerra, i campi di sterminio. Hiroshima; eppure i sadici ci saranno sempre…».

Guardiamo la bella collezione di manifesti alle pareti. Cogliamo qualche titolo: “Il delitto di Ognissanti”, “La bara galleggiante”, “L’orgia del faro”, “I tagliatori di teste”, “La morte che uccide”, “La vittima del Grand Guignol”, “Il dottor Jekyll e Mr. Hyde” (regia di Robert Hossein; Hossein ha debuttato qui come attore e regista. Come Gaby Morlay e come Roger Hanin, l’attore che ‘sale’ commercialmente a Parigi fino a fare concorrenza a Eddie Constantine). Vi sono poi i titoli delle farse (farsa e dramma venivano sempre presentati abbinati): “La scuola dello streep-tease”, “Fatemi un bambino”, “Celestino il conquistatore”, ecc.

«L’altra difficoltà», continua Madame Weigrand, «è quella di trovare attori capaci di dare insieme farsa e dramma. Poi, i tempi che attraversiamo: sempre verifiche di identità, la notte qui verso Pigalle. La gente, spesso, ama la discrezione, quando va a teatro. Se dovessimo vivere solo di coppie regolari, non so dove finiremmo».

Entrano due attori, non riescono a passare fra le scrivanie, dove mi sono seduto. Sono in toga da magistrato: per il processo Landru. Dicono che vogliono parlare con l’amministratore. Madame Weigrand risponde che è il mio turno, e va ad annunciarmi. Gli attori mi mostrano loro vecchie foto: «Qui sono proprio io, facevo la parte del pazzo». Charles Nonon, l’amministratore, non sembra troppo ottimista, e preferisce i ricordi all’esposizione dei problemi e dei progetti. Ci mostra la sua medaglia d’oro per fedeltà al lavoro. È qui dal 1928. In trentacinque anni ha fatto tutto: maschera, capomaschera, comparsa, attore, regista («Con lodi di tutta la stampa, nel 1935»), direttore ad interim e amministratore. «Certo l’epoca d’oro è stata fra le due guerre. Chi veniva da noi? Tutti coloro che venivano a Parigi. Qualcuno anzi, veniva apposta ‘per questo’… La regina di Spagna, la moglie di Alfonso, ogni primo novembre era qui: nella sua loggia, con accanto l’ambasciatore Quinonos De Leon. Poi re Carol, la duchessa di Windsor, la maggior parte in incognita. Chi sa, quando contavamo i successi dal numero degli svenimenti, chi era lì fuori a riprendere i sensi? Li mettevano davanti alla porta, dopo che l’addetto ai sali e agli schiaffi li aveva presi in consegna, con il freddo rischiavano di sentirsi ancora peggio di stomaco, ma non v’era altro sistema. Erano soprattutto uomini. Le donne, se non per spavento per vezzo, avevano sempre il programma con cui velarsi gli occhi quando le scene diventavano ‘terribili’. L’uomo invece, dapprima voleva sorridere. Quando tirava fuori il fazzoletto per asciugarsi la fronte, sapevamo che era ‘fatto’… A quel punto, mi creda, non si torna indietro…».

Ma quali sono stati i maggiori successi? Forse “Il gabinetto del dottor Caligaris”, che è stato ripreso più volte, e sempre per due o trecento repliche. «Una domenica», dice Nonon, «per la matinée ne ho contati, lì davanti, sedici. Ma non erano mai meno di nove, dieci, dodici…». Altro successo: “Delitto in manicomio”. «Si strappavano gli occhi alla vittima, e si bruciava la testa sulla stufa… A Goebbels e Goering deve esser molto piaciuta, questa serie di scene, quando vennero durante l’occupazione».

Sembra che per l’uomo che sta parlando quietamente con tono un po’ stanco, fra i ‘clienti’ non sia possibile fare differenze, dallo sconosciuto povero diavolo all’ambasciatore Quinonos o a Mike Todd e Liz Taylor con cui dice di aver bevuto nel foyer pochi giorni prima che il produttore morisse in un incidente aereo. Per Nonon, nel Grand Guignol lo spettacolo più appassionante è sempre stato il pubblico.

«Nel dopoguerra», continua Nonon, «cominciarono a venire gli americani. Il generale Patton, anche lui prima di scomparire, venne due sere di seguito. Siccome i suoi soldati lo chiamavano “Sangue e budella”, e i giornali riferirono la cosa, nei giorni successivi la gente ci telefonava per prenotare un posto per “Sangue e budella”, il dramma che era piaciuto a Patton. Poco dopo arrivò una sera O Ci Min, precedendo di qualche anno Bao-Dai. Hussein II, allora principe ereditario, è venuto spesso, con le sorelle che scappavano quando vedevano un fotografo. Ma ancora ora, Federica di Grecia, la regina del Siam, Giuliana d’Olanda sono alcune delle persone che abbiamo individuato, e solo perché la brigate mondaine ci avvisava e disponeva il servizio d’ordine». Svenivano?, gli chiedo. «No, non svenivano più».

Passiamo al camerino di Elizabeth Fanti. Sta togliendosi una sottoveste fin-de-siècle, per infilare un vestitino americano di nailon contenuto in una boccettina di plastica. È una ex-Bluebell, del Lido. Ha avuto qualche particina in due o tre film. «Ma adesso sarò l’unica donna in un film sulla guerra d’Algeria che sta per uscire. Sarò medico». Una signora irrompe puntigliosa: «Sarà un film storico e non politico, precisalo, che potrà essere proiettato anche in Francia». La signora, capelli grigi pettinati lisci all’indietro, è sua madre. «Le devo tutto, anche questo ingresso al Grand Guignol», spiega Elizabeth che non riesce a infilare il vestito. «Mamma è “infermiera di attori” da sempre». Infermiera di attori? «Sì, è stata l’infermiera di molti attori e attrici».

Seguo Elizabeth, ripercorrendo il piccolo corridoio, sdrucciolando lungo la scala a chiocciola, e ritrovo gli altri attori, che stanno girando una nuova scena. Ho incontrato il regista ufficiale del teatro Balquali, indispettito perché Mazzei e Proia non hanno chiesto il suo concorso. Sento Madame Weigand che lo assicura invece che «gli italiani hanno bisogno di lui, gliel’hanno detto; ma, insomma, si faccia coraggio, glielo ricordi». Madame Weigand mi scorge, si avvicina senza parere, per mormorarmi: «Sono come dei bambini… Devo fare tutto io. Non le sembra invece che siano abbastanza grandi?». Diamo un ultimo sguardo alla piccola sala neogotica (che fu un tempo cappella di celebri predicatori, poi perfino una fucina), ai pesanti intarsi di legno ormai nero che la ricoprono quasi interamente. Dopo settant’anni di Grand Guignol di decine di migliaia di rappresentazioni, da domani cambierà nome. Rinnovata, sarà il Teatro dei 437 (dal numero dei posti), dove si rappresenteranno opere di giovani autori, con ogni tanto un po’ di Brecht o di Ionesco.

È stata così l’ultima sera del Grand Guignol. Ed è così che un altro pezzo di una Parigi ormai “classica” nel suo squallore salta via.

Marco Pannella