19 dicembre 1962

Lolita all’Università


L’ultima scoperta del cinema costretta a nascondersi agli amici

Parigi. «Ha diciassette o diciotto anni. È cleptomane. Ruba dal dentista, o dagli amici. È infelice, cerca rivalersi di una vita sentimentale rovinata, inesistente…». Marie-France Pizier mi sta parlando del personaggio che interpreta nel film “Ragazza di buona famiglia”, in cui ha il ruolo principale. Siamo seduti al Village, a due passi dal Deux Magots e dal Flore. Marie-France succhia con la cannuccia un succo di pomodoro. Si sta rinfrancando, dopo aver accettato a malincuore (e, sostiene, per la prima volta) di farsi fotografare per la strada e al caffè Saint Claude, dove l’attende, per andare a cena, un coetaneo.

È attenta, dolce, pronta al sorriso. Se non tormentasse il suo braccialettino da collegiale, non scorgerei più in lei alcun segno di preoccupazione o di diffidenza. I maggiori giornali francesi hanno detto tutto su di lei. Hollywood la contenderebbe rabbiosamente a Parigi. È l’unica vera Lolita possibile. È dattilografa, gira sempre con amiche del suo stampo, in cerca di credito e di stile, a Saint-Germain-des-Prés. Tiene a darsi un’etichetta di rispettabilità: qualcuno, evidentemente, la consiglia. Questo “qualcuno” potrebbe essere un vecchio signore delle lettere francesi. Lei dichiara (dicono) a destra e a manca che non partirà se una clausola del contratto americano non le garantisce il ritorno per sostenere gli esami di dattilografa. C’è chi parla, senza neanche troppa reticenza, di una traiettoria simbolica che unisce il Quartiere Latino di Jean-Paul Sartre e degli esistenzialisti alla capitale di queste acerbe e rattristanti Lolite, che vi capita di incontrare ad ogni passo.

L’ultima frase della Lolita-Pizier mi sembra valga una domanda: «Marie-France», le chiedo, «crede davvero che a 18 anni si possa avere una vita sentimentale rovinata?». La risposta è rapida, spontanea, sicura: «Per me, una che a questa età non ha trovato il suo equilibrio, non è una donna, ha ‘chiuso’». Esita un attimo, mi guarda e sbotta in una risatina che si prolunga eccessivamente. «Cosa ne sa lei di una ragazza di diciotto anni?». Ha diciotto anni, non quattordici?, insisto. «A quattordici anni lei faceva il secondo anno di legge?», replica seccatissima. Ma quanti, oltre ai giornali che ho letto, non mi hanno ripetuto che la piccola Pizier, l’interprete dello sketch di Truffaut nel film “L’amore a vent’anni”, la protagonista del nuovo film di Bokanowski, la ‘scoperta’ di Hollywood dove andrà al più tardi in febbraio, racconta lei stessa di essere dattilografa per accreditare i suoi “quattordici” anni, sospetti a qualcuno? E la storia della clausola che avrebbe preteso fosse inserita nel contratto, e… «Gli esami che do, e con successo, sono quelli di legge. Specie le discipline economiche mi appassionano». La appassionano? «Sì», ribadisce. «È il verbo giusto. Non ha che da controllare il libretto dell’Università».

Non mi resta che lasciarle la parola perché mi racconti quel che crede di sé, del suo passato, dei suoi sogni. «Mia madre mi ha sempre educato in modo molto libero. Ne sono lieta e grata. Mio padre, da quando, dopo il divorzio, è andato in Nuova Caledonia come funzionario, non sa di me che quello che gli scriviamo. A scuola ero contenta di studiare. Poi, due anni prima della maturità, un giovane professore, che ritengo ancora oggi un uomo eccezionale, ci fece capire che sociologia ed economia sono cose vive. Da allora, ho deciso. Dopo la laurea, che prenderò comunque, e prima e meglio della maggior parte dei miei compagni di studio, farò la consulente finanziaria. Lei sa forse che cosa è la gente del cinema. Sono tutti degli spostati, non hanno altro per la testa, non immaginano che vi possono essere altri interessi su cui fondare la propria vita. Non voglio essere come loro. Con loro, a volte, sì, ma diversa. Eppure Truffaut è oggi il mio migliore amico; e miei amici sono Jean-Pierre Léo, Suborg. Ma è con i compagni di università che mi vedo più spesso. Fin quando posso, voglio che ignorino il mio cognome, che sappiano che faccio del cinema. Cessano subito di essere naturali per diventare degli idioti. Così come non parlo dei miei studi con le ragazze della mia età che incontro nei film che faccio. Mi considererebbero subito come una scocciatrice, una sgobbona. Anche ‘girare’ è un lavoro che mi appassiona. Mi permette, poi, molte cose, anche divertenti. Da quando ho avuto il mio secondo contratto, mia madre, mia sorella ed io siamo tutte e tre a Parigi. Posso divertirmi ad arredare l’appartamento: prima con i pochi soldi che avevamo, era già assai far fronte a tutto il resto. Ma assolutamente non rinuncerò a studiare. Ecco la storia, vera, del contratto. Lì, negli Usa, vorrebbero farmi girare qualcosa su “un collegio di ragazze”, e può darsi che siano interessati a presentarmi come non sono e non voglio essere, ma per ora non ne so nulla. Lolita? Non ho nulla della Lolita, io; il libro, in ogni modo, era magnifico. Riuscire a farci accettare, al di là di una realtà che avrebbe fatto tutti inorridire, un episodio del genere, questo vecchio e questa bambina insieme, è una grande riuscita. Ne sono grata, come ogni lettore, a Nabokov…».

Le dico che parla come un libro stampato, che rischia anche di annoiarci, che, alla fine, una persona, per essere vera, deve pur avere qualcosa di diverso da questo ritratto “rosa”. L’osservazione, un po’ forzata, sembra far decisamente male a Marie-France: come se non le fosse nuova. «Ma perché volete che non sia così? Lo so che è quasi incredibile, anch’io ho paura che non possa durare. Ma faccio il possibile, ed allora spero di esser serena. Sì, come può esserlo una donna. E il fatto di esser così, par che dispiaccia agli altri: come se volessero che io mentissi». La mano tira un po’ troppo, tesa, sul braccialetto. Il labbro superiore si è un po’ rialzato. Il mento ha un tremito appena percettibile. La credo. Lo sente e ricomincia la sua lunga risata. «È che la “Ragazza di buona famiglia”, la cleptomane, deve ridere anche peggio di così, e spesso. Finisce per incollarmisi addosso, se non ci sto attenta».Marie-France Pizier ricorda Jacqueline Sassard ai tempi della “Guendalina” di Lattuada, o Catherine Spaak ai suoi esordi: o la compagna di liceo, come la si vede quando si ha quindici o diciotto anni. Facciamole i nostri auguri, lasciamola in pace. Per obbligo, permettetemi di aggiungere che ho controllato tutto quello che ci ha detto: la falsa Lolita non ha detto bugie.

Marco Pannella