Parigi. Non vi sono ancora mobili, a pochissimi giorni dalla presentazione della collezione, nei locali della nuova casa di moda parigina “Simonetta e Fabiani”, in rue François I. Nel salone, nella boutique, due tavoli di fortuna, qualche sedia, l’arlecchino di stoffa e la fontana di legno («del XVII senese») fatti venire da Roma. Nulla di pronto, ma Simonetta è sicura: tutto sarà in ordine, quando sarà necessario, e sarà un successo. Se dipende unicamente da lei e Fabiani, si può esserne certi.
Siamo arrivati all’appuntamento con qualche minuto di anticipo; mancano cinque minuti alle nove. «Dovrà entrare con me, dalla porta di servizio. La boutique apre alle nove», ci dice Simonetta, anche lei in arrivo, che incrociamo qualche metro prima della vetrina della sua boutique. Saliamo una piccola scala di ferro, a chiocciola, nel cortile, che porta all’atelier. Sui gradini, alcuni pezzi di carta, sulla ringhiera un po’ di polvere. In francese, ma con tutta la vivacità che ritiene necessaria, dall’alto della scala, Simonetta fa sapere al portiere, affacciato alla loggia, che d’ora in poi farà meglio a curare di più la pulizia dell’immobile. Senza attendere la risposta entra nell’atelier, controlla il ritmo del lavoro che trova soddisfacente, mi dice di seguirla. Nel salone, ci siamo appena seduti che il telefono comincia a squillare: il capo del personale chiede se può far entrare tre sarte, da assumere. Simonetta parla brevemente, in italiano, al telefono, si fa portare un foglio su cui ha segnato alcune tariffe sindacali, con i minimi ed i massimi; chiede alle ragazze, che la guardano intimorite, quanto vogliano, ne licenzia una e assume le altre. Sono le nove e cinque.
Mentre era al telefono, le avevo mostrato un giornale francese, appoggiandoglielo sul tavolo. Il titolo era di per sé chiaro: “L’assalto dei sarti italiani: dopo Capucci, Simonetta e Fabiani. I grandi della haute couture sono seccati”. Il ghiaccio è subito rotto. Simonetta è indignata. L’articolo era l’ultimo di una serie, tutta sullo stesso tono. «Sono invenzioni!», comincia Simonetta, e gli innumerevoli braccialetti fantasia e i ninnoli che vi sono appesi risuonano (e lo faranno per tutto il colloquio) in appoggio delle sue affermazioni. «Mi hanno, invece, subito quasi adottata. E la stessa Chambre syndacale, la loro organizzazione, ci ha scritto una lettera, e un’altra a quei giornali, francamente meravigliosa… Dicono di essere flattés e honorés, onorati e lusingati dalla nostra venuta, che conferma e rafforza Parigi come capitale internazionale della moda».
Osservo che la Chambre syndacale è dopotutto un organismo ufficiale e burocratico. Una sua lettera cortese non prova, di per sé, che la haute couture abbia davvero gradito il loro arrivo. Involontariamente ho messo in dubbio una vittoria che Fabiani e Simonetta sanno di aver già riportato. Il problema esisteva, ma l’hanno risolto. Simonetta me ne dà le prove. «Lei ha visto dove siamo. Balmain ha le sue vetrine subito dopo le nostre. Dior è a meno di cento metri. Molte delle maggiori case sono anche loro vicinissime. Cosa crede che sia accaduto? Balmain passa qui ogni mattina. Mi ha coperto di fiori. Mi consiglia. A Dior telefono ogni volta che ho bisogno di un consiglio. Ed è accaduto spesso. Yves Saint-Laurent ha inviato otto persone della sua casa, fra cui Berger e Victoire, ad un rinfresco che ho dato nei giorni scorsi. Lui, tutti lo sanno, non esce di casa… Dessès mi ha scritto. Con Balenciaga ci telefoniamo spesso, ma perché avrebbero dovuto agire altrimenti? Cos’è, di cosa è fatta la Parigi della gran moda, da sempre, se non di una maggioranza di stranieri? Schiaparelli, italiana; Molineau, il capitano Molineau, era inglese; Piguet svizzero; Castillo e Balenciaga, spagnoli; Dessès greco; Matta (anche se quest’anno sembra abbia rinunciato) cileno, e così via».
Una telefonata l’interrompe. Ma basta un piccolo “rilancio” perché Simonetta riprenda sull’argomento: «Veniamo qui per essere considerati, per creare ‘moda francese’. Non siamo in casa straniera, non vogliamo esserlo. Speriamo anzi di dare nuova forza a…». E quella italiana? «Abbiamo molto da dare… Il successo è stato più grande di quanto potessimo prevedere dieci anni fa. Dobbiamo tutto a Giorgini. È lui che l’ha lanciata. È lui che ha creato un ‘mercato’ che ha portato i compratori americani. Ma non possiamo andare oltre. La stessa formula della ‘pedana unica’ di Firenze, che all’inizio si è mostrata utilissima, oggi è inadeguata, soffocante. V’è poi un altro aspetto, che si è rivelato insuperabile. In dieci anni abbiamo tentato di creare, di sollecitare lo sviluppo dell’artigianato attorno alla nostra attività. È stato inutile: gli accessori (e sono così importanti) continuano a mancare: dai ricami ai bottoni, ai fiori. Gli artigiani continuano a copiare, non a ‘creare’. Nell’insieme, per ‘la boutique’, siamo arrivati a risultati ottimi. Non per il resto…».
L’addetto stampa si affaccia a più riprese. È un’elegante signora parigina. Arriva, in fretta, Fabiani. Si scusa. Non può restare. Deve andare «in banca». Anche nelle biografie che l’ufficio stampa ci ha fornito è precisato che Fabiani «ha un carattere fatto di contrasti e di sorprese, fuggendo gloria e pubblicità. Evita fotografi, televisione e, anche, nella misura del possibile, appuntamenti con la stampa…». Si prosegue affermando che «Fabiani è maestro nell’arte del taglio», e questo lo sanno tutti. Sul giornale, che è ancora spiegato sul tavolo, c’è un disegnino, uno schizzo che dovrebbe essere quello che «stilizza la moda 1962».
Chiedo a Simonetta: «Questa linea comprende anche la sua?». «Evidentemente no. Non v’è ‘linea’ di un determinato anno. V’è, ogni anno, la linea di una casa. Così dovrebbe essere. Si dovrebbe riconoscere un vestito, come un quadro. D’altra parte è qui che noi italiani possiamo dare qualcosa, una maggiore varietà, un maggior estro. Render meno statica la moda francese, che lo è anche se indubbiamente è piena di gusto e di finezza. Sono forse un po’ troppo classici. Dobbiamo aver coraggio: prima il sole, il mare erano solo alle porte di Roma. Si sentiva, ma si vedeva anche dai colori che passavano, sui vestiti, per le strade. Ma ora anche Parigi è vicina al sole, ai colori del Mediterraneo. Tutti prendono vacanze. Tutti viaggiano. Ed i viaggi sono veloci. Questo senso del colore che noi abbiamo, oggi possiamo forse farlo accettare, introdurlo nella moda internazionale, in questa parigina. Comunque, nella ‘boutique’, venderemo solo roba italiana».
Vediamo le bozze degli inviti per la presentazione della collezione. Sarà fatta di sera. Ed è prescritto, ci sembra, l’abito da sera. Usanza andata in desuetudine anche a Parigi. Simonetta non dimentica di essere «nata duchessa di Cesaro». Perché non lo può e, se lo potesse, non lo farebbe. Anche questo, a Parigi, ha il suo peso.