Parigi. “L’affare Boupacha” ha anche il suo libro: “Djamila Boupacha” di Simone De Beauvoir e Gisèle Halimi, edito da Gallimard. In meno di quarantott’ore è scomparso dalle vetrine dei librai parigini; ma la polizia, per una volta, non c’entra: è stata più lenta dei lettori, che se lo sono conteso, esaurendone in poche ore la prima edizione. Sarebbe stato forse più esatto chiamare il libro “Processo alla giustizia”, a quella giustizia francese che, con ministri, generali, professionisti, semplici cittadini, da queste pagine esce mortificata, avvilita, additata come complice di crimini orrendi, come strumento consapevole per perpetrarli e promulgarli nel tempo, per estenderne ad un intero popolo, fino al genocidio, l’applicazione.
Dalle colonne di “Le Monde”, il più autorevole dei costituzionalisti francesi, Maurice Duverger, aveva ricordato nei giorni scorsi che un Paese senza giustizia è un Paese di colpevoli. Duverger, il valoroso generale Paris De La Bollardière, il cattolico padre Chenu, il comunista Henri Alleg, ed uno stuolo di personalità della cultura e della politica antifascista, si sono uniti, senza riserve, insorgendo in appoggio alla denuncia presentata da Gisèle Halimi, avvocatessa della giovane musulmana torturata, contro il ministro della Difesa Messmer e il generale comandante in capo in Algeria Ailleret, per la protezione da loro accordata agli ufficiali e soldati colpevoli («per ricettazione di malfattori», dice testualmente la denuncia) secondo un delitto previsto dal codice penale francese. La Francia, dunque, non è più solo, se mai lo è stata, un paese di colpevoli.
La polizia ha dovuto avvertirlo; ha dovuto sentire l’ondata di sdegno e di rivolta che sta nascendo. Per questo forse il vecchio editore Gallimard (cui non si può certo rimproverare un eccessivo coraggio civile: durante sette anni, la guerra d’Algeria non aveva trovato alcun posto o eco fra le migliaia di sue pubblicazioni) non ha visto confermate le sue preoccupazioni: «Per la prima volta nella mia carriera», aveva dichiarato, «rischio il sequestro, ed è un rischio che non posso non correre».
L’Affaire Boupacha è ormai un “affare” che va al di là dei confini francesi. A Tunisi, Ben Keddah lo ha dichiarato come uno dei più importanti aspetti della rivoluzione algerina. Dal Cairo il presidente Nasser, poche settimane or sono, trovandosi nella necessità di mobilitare contro la Francia l’indignazione dell’opinione pubblica del suo Paese, citava in un radiodiscorso questo caso come secondo nella serie dei suoi capi d’accusa contro de Gaulle. Fidel Castro scrive a Gisèle Halimi per essere informato della sorte della giovane musulmana. Mentre ancora il libro era in corso di stampa, editori jugoslavi, svizzeri, italiani, giapponesi, dei paesi dell’Est e del Terzo Mondo, già avevano chiesto all’editore diritti di opzione.
Ha dunque ragione Simone De Beauvoir di affermare che una storia qualsiasi, ripetutasi decine di migliaia di volte nella atroce realtà quotidiana della guerra colonialista, grazie ad una serie di congiunture favorevoli giunge da sola a costringere un popolo, che nella sua grande maggioranza aveva “scelto di non scegliere”, a optare fra barbarie o civiltà, a combattere i torturati o i torturatori. «Quel che è eccezionale in questa storia non sono i fatti ma il loro sviluppo», scrive la compagna di Jean-Paul Sartre. È vero. Una ragazza musulmana, che attende oggi in un carcere la sua liberazione, che è stata torturata, non costituisce una eccezione, di per sé. Per la maggior parte dei giornali francesi, ad esempio, non costituisce nemmeno “una notizia”. O non la costituiva.
L’“affare” è cominciato due anni fa. «Ecco la storia. Ci credo. Malgrado tutti i miei sforzi sono stata costretta a crederci». La storia, su cui il 16 giugno 1960, dalle colonne dell’“Express”, Françoise Sagan informa l’opinione pubblica, è così narrata: «Storia troppo insopportabile per sopportare che finisca domani, 17 giugno, ad Algeri, con la condanna a morte di una ragazza di ventidue anni. Il 10 febbraio di quest’anno, Djamila Boupacha fu arrestata dalle guardie mobili, in un sobborgo di Algeri. Fu incarcerata legalmente il 15 marzo. Fra queste due date (oltre un mese), la ragazza fu al centro di “smistamento” di El Biar, dove passarono anche Alleg e Maurice Audin. Dopo essere stata torturata e impalata su una bottiglia, “confessò”. Purtroppo, avendo l’immaginazione stimolata da certi elettrodi e certe vasche, “confessò” anche dieci altri attentati mai avvenuti».
La ragazza, così straziata, venne mostrata al padre settantenne, nuda, fra i suoi torturatori; anche il vecchio era ridotto ad un ammasso di carni sanguinolente e piagate. La sorella di Djamila, Nefissa, perse il bambino che attendeva, anch’essa per la brutalità dei para. Un ufficiale (debitamente, da allora, promosso due volte) spezzò a calci le costole di Djamila. Come tanti altri, il vecchio padre, il giovane cognato, la ragazza, conobbero il supplizio della “vasca” (i prigionieri, con mani e piedi legati e attraversati da un bastone, portati come selvaggina, vengono immersi, nudi, fino alla soffocazione, in una vasca colma d’acqua e di escrementi). Per notti e giorni interi, con brevi interruzioni, ufficiali e “assistenti” sottoponevano gli interrogati alla “gegène”: con un gruppo generatore di elettricità, gli elettrodi posti sui punti più sensibili del corpo nudo e bagnato, i sottoposti alla “question” erano “lavorati”, con l’aiuto di medici per rianimarli, fino a che non avessero “confessato”.
Sono racconti particolarmente atroci. Ma poiché sono veri, questa volta è forse bene non attendere, come per i campi di tortura e di sterminio tedeschi, che dei “documentari” retrospettivi vengano ad illuminarci. Se fossero storie individuali potrebbero esserci risparmiate. Non lo sono.
Un medico, successivamente, senza nemmeno visitare Djamila, attestò che nulla poteva confermare le torture che essa denunciava. Numerose detenute, politiche e comuni, che potevano testimoniare, furono lasciate libere in cambio del silenzio. Il magistrato istruttore che l’interrogava per accertare le attività terroriste della ragazza musulmana non dette nessun credito al racconto che questa fece delle sue sofferenze.
Quando Gisèle Halimi, l’avvocato prescelto, chiese l’autorizzazione di recarsi ad Algeri a visitare la sua cliente, la prefettura di polizia di Parigi non le concesse che due giorni, fra viaggio, prima visita a Djamila, richieste di autorizzazione per verificare i documenti di rinvio a giudizio. Sarebbe dovuta ripartire prima dell’inizio del processo. Ottenne tre giorni. Al processo (il tribunale militare era presieduto dal colonnello Catherineau, in un’atmosfera mortificante) Gisèle Halimi denunciò le torture subite dalla sua cliente e ottenne un rinvio. La ragione di questa apparente concessione apparve chiaramente un mese dopo. Per la nuova udienza Gisèle Halimi non ebbe l’autorizzazione di recarsi ad Algeri. Un collega parigino, l’avvocato Matarazzo, cui demandò la difesa di Djamila perché già presente ad Algeri, ne fu espulso non appena i magistrati ebbero sentore della cosa. Il tribunale militare nominò un difensore d’ufficio, un pied-noir di Algeri, che pronunciò una requisitoria contro colei che doveva difendere.
Ma lo scandalo ormai, dopo l’articolo della Sagan, un altro di Simone De Beauvoir su “Le Monde” e passi ufficiali compiuti presso il presidente della “Commissione di salvaguardia dei diritti individuali”, e presso lo stesso de Gaulle, a Parigi si stava ingrossando. Così il processo ancora una volta venne aggiornato, non senza aver riservato un’altra istruttiva sorpresa. Nel periodo intercorso fra le due udienze una “riforma liberale” (del 4 giugno 1960) aveva sancito che i tribunali militari sarebbero stati d’ora in poi presieduti da magistrati civili. Il nuovo presidente non fu dunque più il “colonnello” Catherineau, ma il “dottor” Catherineau, in poche settimane restituito alla vita civile e nominato presidente del tribunale militare di Algeri.
È impossibile seguire le peripezie giudiziarie di questi due anni. Oggi, un magistrato coraggioso che onora la sua professione, il giudice Chausserie-Laprée, del tribunale di Caen, dopo essere riuscito a far trasferire Djamila in Francia, prosegue l’istruttoria sulla denuncia per torture presentata da Gisèle Halimi, e l’unico ostacolo che ormai si frappone al loro pubblico riconoscimento è la esplicita protezione accordata ai torturatori dal ministro della Difesa e dal generale Ailleret.
Se il giudice Chausserie-Laprée non ottiene un confronto diretto fra Djamila e i suoi aguzzini (malgrado perizie di scienziati suffraghino le asserzioni della ragazza e testimoni subornati dalle autorità militari e civili di Algeri, chiamati in Francia, abbiano infine confessato la verità) dovrà probabilmente concludere con un non-luogo a procedere l’istruttoria sulla denuncia di Djamila. La vergognosa “giustizia” riprenderebbe così il suo corso: Djamila sarebbe probabilmente richiamata in Algeria per essere giudicata da un “colonnello-dottore” Cahterineau per gli attentati che non ha commesso.
Il giudice Chausserie-Laprée (come il generale De La Bollardière per l’esercito) resta, nel sistema giudiziario francese, una eccezione. Il 5 febbraio il “decano” dei giudici istruttori di Parigi, investito della denuncia contro il generale Ailleret e il ministro della Difesa Messmer, ha proclamato, contro l’opinione prevalente della giurisprudenza e dei maggiori giuristi francesi, la incompetenza dei tribunali a giudicare ministri in carica. Solo l’Alta Corte di Giustizia, ha dichiarato il magistrato, può processarli. Il magistrato merita una promozione. La sua tesi appare, giuridicamente, perlomeno audace. Moralmente… L’Alta Corte di Giustizia, infatti, può essere investita di un caso di questa natura solo su richiesta di una maggioranza qualificata del Parlamento! Contro questa decisione, contro questo ennesimo tranello, Gisèle Halimi presenterà ricorso il 10 febbraio.
Questi sono i principali e i più gravi elementi dell’affaire Boupacha. «Il libro resta aperto», dichiarano le autrici di “Djamila Boupacha”. Aperto come aperta e incerta è la fine di queste tristi cronache francesi degli anni Sessanta. «Possiamo ancora essere commossi dal sangue di una ragazza?», scrive Simone De Beauvoir. «Dopo tutto (e l’ha insinuato con finezza il signor Patin, presidente della Suprema commissione di salvaguardia, nel corso di un colloquio al quale ho partecipato) Djamila Boupacha è viva: quel che ha subito non è dunque terribile». Patin alludeva, spiega ancora Simone De Beauvoir, al supplizio della bottiglia inflitto a Djamila: «Avevo temuto», aggiunse, «che fosse stata costretta a “sedersi” su una bottiglia, come si faceva con i viets in Indocina; in tal caso gli intestini sono perforati e se ne muore. Ma qui non è il caso».
Ecco la storia dell’affare Boupacha. Ecco gli attori (anzi le attrici, perché è soprattutto una storia di donne, una moderna storia di donne) di questa storia. Gisèle Halimi è minacciata di morte dall’Oas; teme per i suoi figli, ma continua nella sua opera. Quindici anni fa venne da Tunisi a Parigi. Si chiamava Zaisa Taieb. Studiò diritto alla Sorbona. Scelse poi di essere francese. Oggi resta intransigentemente fedele alle ragioni ideali che certo ispirarono quella opposizione. Subisce arresti, sanzioni disciplinari, boicottaggi, ma continua a difendere con impareggiabile bravura i suoi fratelli algerini e, con essi, la speranza di vivere in un Paese civile.
Nel suo eremo di Vallauris, Picasso ha voluto fare il ritratto di Djamila Boupacha. Dopo questo, che compare come frontespizio del libro edito da Gallimard, sta dipingendo una grande tela «per Djamila». A Parigi, Lapounade ha offerto a Gisèle Halimi i suoi «studi per omaggio a Djamila Boupacha». Lorjou, Matta, Buffet fanno altrettanto. È questa, a ben guardare, una tragica testimonianza del nostro tempo. Esso ha raramente offerto ad artisti tanto diversi per formazione, scuola, cultura, un così profondo e unitario motivo di ispirazione: una “storia” di scatenato orrore che la giovane, fresca, patetica fierezza di Djamina, miracolosamente scampata alla morte ed alla pazzia, non riesce a farci dimenticare.