So quasi tutto, quasi tutto comprendo della mia vita. Ma perché mai da oltre un quarto di secolo io debba lavorare sempre con e per Aurelio Candido, proprio non lo so. Non è un segreto, ahimé! È proprio un mistero, anche per me.
Aurelio è fatica, per sé e per gli altri. Dal volto mite, dolce, ma grazie anche a questo, esaspera, ti costringe sempre a fare altro da quello che vuoi; se non impari la lezione, se osi volere, se osi esprimere, se sei costretto a volere. Ho così passato oltre vent’anni a chiedere, esigere, supplicare che nei manifesti di convocazione di comizi fossero leggibili, almeno leggibili, data, ora, luogo, nome e cognome, e tutt’al più, per dei convegni, tema o slogan prescelto. Impossibile: con tutto lo scibile di espedienti, di incidenti, di astuzie, di pretesti, di complici (gli altri nostri compagni, i tipografi, gli stampatori o, oggi, i computers e le altre diavolerie che Candido è sempre il primo a scoprire e usare, sicché la sua forza di chierico in mezzo a noi analfabeti e volgo stravinca) quel che arrivava sui muri, nelle strade, erano magari bellissimi (e non sempre) posters da camera, boccioniani o giotteschi, con sempre, però, ora, data, luogo, nome pressoché invisibili. Dalle sue lande d’origine o d’elezione, dal Friuli o dalla Sardegna, da Roma alla Calabria, la regola è stata costante, imperiale: ovunque i manifesti furono concepiti e apposti perché non si sapesse ch’io vi avrei comiziato. Convinto che il verbo radicale ha dalla sua l’eternità, ma solo se lo si corregge dei miei difetti di pronuncia, Candido ci consegna con i suoi posters ai posteri. Intanto mi impedisce la comunicazione con i contemporanei, non si comprende bene se per disistima più di me o nei loro confronti.
Cosa dire delle centinaia di pagine di pubblicità sui quotidiani? Tasse di sangue, di fame, di sete che siamo costretti a pagare per avere almeno l’onore della sepoltura nella nostra messa a morte, da ottant’anni, in questo Paese. Qui l’intervento di Candido è vigile, feroce, accanito, perfido più che astuto. Quando gli espongo quel che vorremmo comunicare, in genere mi spiega, in esordi, che ancora una volta non capisco proprio nulla (e ti rifila un concetto magari balbettando, come per timore, per timidezza; così il lestofante cerca anche di colpevolizzarti, di disarmarti per suonartele meglio nel corso delle ore successive, che diventano eterne se non ha partita vinta). Il messaggio è sempre o sbagliato di per sé (concetto appena implicito ma chiarissimo nella forma) o negli spazi. E, per meglio vincere, facendo finta di convincere, va ciondolando di stanchezza e di rassegnazione a prendere uno dei suoi meravigliosi libri di grafica o di pittura dove mi mostra su una scatola di marmellata una targhetta indicandomi un “bodoni”; e io non capisco che c… c’entri con il giornale, la pagina, il manifesto, la confezione di preservativo o di hashish, che dobbiamo inventare entro quella notte. Naturalmente ogni volta abbiamo maledettamente fretta, dobbiamo “comunicare” per ragioni di resistenza, di guerra nonviolenta e partigiana, per cogliere di sorpresa in una breccia, in una falla provvisoriamente apertasi nelle mura del regime. E naturalmente Aurelio ha sempre da fare qualcosa di più tragicamente urgente proprio quando anche tu sei in quelle condizioni. Trentacinque ore lui le fa non alla settimana, ma al giorno. E altre trentacinque fa il baby sitter, il marito, il volontariato per questo o quel committente che usi, con lui, con successo, gli stessi metodi strappacuore, che egli usa con me, trionfando regolarmente. Sta mesi interi della sua vita a “Liberazione”e ad “Avvenire”, ci preferisce sempre tutto: giornali parrocchiali e scatole di peperoncino o di pomodoro, per le ditte e le marche le più patetiche e le più astute, le più furbe. E quella roba (quella) la fa bene o benissimo. Così elegante, che nemmeno te ne accorgi, se non t’armi di una lente d’ingrandimento e di deformazione o se sei la bestia che non distingue il color fucsia dal fucsia antico, come lui pretenderebbe. Le sue cose largamente migliori sono insomma sempre le altre. E, infatti, in questa mostra sicuramente non mostra se non il 5 per cento di quel che ci ha imposto in vent’anni, ci ha fatto pagare, ben peggio che con i soldi. Infatti, migliori – lo ribadisco – sono sempre le sue altre invenzioni. Andate a trovarli, nella realtà, i cattolici d’Azione Cattolica, della Cei, come lui riesce a comunicarceli; gli ambientalisti post-radicali, o post-ambientalisti se sono del partito verde; perfino i ‘nuovi’ giornali che ti inventa, per fare i quali ti scompare per semestri interi, per malsana passione, perché dubito che faccia pagare gli editori come meriterebbero, parassiti come sono, e per quanto guadagnino dalle sue riforme grafiche…
In sintesi: se i radicali sono ‘diversi’ Aurelio è ben poco radicale. Se sono – come so – ‘perversi’, Candido è uno dei peggiori, e dei più duraturi. Ma che dire di me che da più di vent’anni alle condizioni suddette non lavoro che con lui e per lui? Percorrete questa mostra. E se trovate una risposta voi, vi supplico: datemela. Così gli strapperete il suo segreto, e mi toglierete l’ossessione insopportabile di questo mistero. Grazie.