Il Presidente Scalfaro, nell’intero settennato, opera distruggendo sistematicamente le principali funzioni istituzionali e costituzionali, assumendo nei fatti pieni poteri, invadendo ogni ambito della vita politica, rivolgendosi quotidianamente e direttamente al Palese, sovvertendo così l’ordine repubblicano.
La Costituzione diviene un deserto; Parlamenti, governi, partiti, sono per lo più del Presidente, o soccombono. La sua “irresponsabilità” da tecnica diviene aperta licenza dalla e contro la legge. Esercita poteri senza più possibilità anche solo tecnica di controlli o dialettiche istituzionali. Solamente il “semestre bianco” e un governo finalmente istituzionale e politico sembrano ora aver messo fine al suo potere pressoché assoluto, ricostituzionalizzando in parte anche il suo ruolo e le sue funzioni. Egli, ormai, è ed appare come l’ultimo “grande vecchio” della monopartitocrazia imperfetta, della decadenza italiana, di una concezione e di un potere estranei alla civiltà giuridica e agli imperativi dello Stato di diritto. Questo bel libro testimonia di una piena che tracima continuamente dall’alveo costituzionale e lascia, ritirandosi, un vero e proprio deserto civile, un deserto di fango.
Quando leggiamo le dichiarazioni di un D’Alema e di un Rutelli, per citare gli esponenti di una parte della classe dirigente relativamente nuova e giovane, che riconoscono alla presidenza Scalfaro un grande rispetto per le istituzioni e un grande equilibrio, ci si rende conto che essi stessi, il regime anagraficamente rinnovato, sono quel deserto, mentre Scalfaro ne è l’ultimo, decisivo coautore.
Nel regime “terzo” che è la partitocrazia, rispetto ai regimi classicamente totalitari e dittatoriali e a quelli democratici, si approda sulla vecchia e sporca spiaggia fra i relitti accumulati da secoli di concezioni e di realtà del potere come fonte e legittimità delle leggi. Il relativismo più assoluto assicura l’assoluta incertezza del diritto, tributaria di concezioni chiericali e clericali, canonistiche e oligarchiche, delle leggi e dei codici. Le duecentomila norme e leggi, la giungla legislativa, corrispondono alla giungla delle retribuzioni, delle categorie, delle pensioni, delle amministrazioni pubbliche, in primo luogo di quello scandalo ripugnante che è divenuta la giurisdizione italiana. Nulla è certo quanto la necessità assoluta di assicurare alla classe burocratico-politica dominante ed al blocco di potere che esprime, l’incertezza, l’imperscrutabilità delle leggi per il comune suddito. Le leggi, per di più, diventano “perentorie” per il suddito, “ordinatorie” (cioè non-leggi) per l’amministrazione.
I “giuristi” di corte, del potere, proliferano e s’affermano per condizioni di carriera, di remunerazioni, sociali, istituzionali ed economiche, dediti a fornire presupposti (più spesso “coperture”) dottrinari, con “interpretazioni” volte ad annullare le stesse norme e gli stessi comportamenti interpretati, in simbiosi e interazione con la “giurisprudenza”. Nell’un e nell’altro caso, sono le uniche effettive fonti legislative in sostituzione e a fronte delle leggi scritte. L’Italia che giunge al Duemila è retta – senza regole – direttamente della volontà e dagli interessi di potere; le “leggi” effettivamente “vigenti” non sono che le verbalizzazioni (e i “giuristi”, i verbalizzanti) di processi (legislativi e giurisdizionali), da Controriforma cattolica e/o comunista, tutto essendo novellistica, casistica gesuitica, orrori da Sacra Rota, il diritto è passato dalla pretesa di eticità dello Stato fascista gentiliano, estremizzazione delle concezioni liberali dello Stato di diritto, alla sua negazione; la legge non è quella del “diritto”, ma quella dell’arbitrio e dei privilegi delle fazioni, delle corporazioni, delle criminalità, dei poteri (ormai appena) occulti, dei partiti e dei sindacati, che sempre più si moltiplicano con la rapidità dei batteri.
In questo contesto italiano, il solo testo (e “test”) che conti valutare per sceverare fra regime e Stato di diritto è quello relativo alla scelta della legge scritta o alla scelta del disordine costituito. Oscar Luigi Scalfaro era, all’inizio degli anni Novanta, il solo ex-Costituente, il solo democristiano e cattolico, a condurre con noi e pochissimi altri una lotta in difesa della legge scritta, a cominciare dalla Costituzione scritta. Inventammo per questo e per lui l’alternativa alla prospettiva di un onorato e meritato suo pensionamento. Andammo in campagna elettorale, nel 1992, con l’inconsueto programma “elettorale” di portarlo alla presidenza della Repubblica, come i nostri comizi elettorali documentano, e, en passant, alla presidenza della Camera. Scalfaro per primo nel ’90 e ’91 si riteneva ormai pensionando. Lo eleggemmo, invece; disponendo di 5 voti, ci bastarono (con l’aggiunta di molta… sfortuna) per nominarlo. Appena eletto, il presidente Scalfaro, probabilmente, ebbe una visione. Credette forse, al solito, si trattasse di Maria; ed era – invece – un Belzebù travestito. In quell’incubo riuscito, gli apparve come cosa sua uno scettro, lo scettro del potere. Tentazione banale, quasi scontata per tutti. Ma da quel momento il suo, e nostro, destino fu segnato. Nell’autunno del 1993 mi rassegnai: mi dissi – e gli dissi – che non vi era – semmai – che da ricorrere all’esorcista. Non lo feci. Di questo, lo confesso, sono pentito. Ma è troppo tardi. Il re, l’usurpatore, il traditore – della parola, della Costituzione – ha potuto così giungere al termine della sua settennale fatica. Lasciamolo solo (e sarà già pesante compagnia) finché giustizia non sia fatta. Ma, prima, cominciamo a dare la parola alla parte civile, alla difesa della Costituzione, del diritto, della legalità, contro chi ha attentato alla loro vita. Diamo dunque la parola allo stesso Oscar Luigi Scalfaro, al deputato Oscar Luigi Scalfaro, che, il 23 luglio 1991, alla Camera dei Deputati, aveva illustrato il suo pensiero, che per noi divenne il suo “programma” per la Presidenza della Repubblica. È utile riportarne alcuni estratti:
«…(il capo dello Stato) ha giurato fedeltà a questa Costituzione, e ne deve essere, per debito costituzionale, supremo garante…»;
«…dalla Costituzione esce indiscutibilmente una figura di presidente della Repubblica come supremo magistrato, supremo garante, supremo moderatore, e perciò punto di riferimento. Tale compito lo pone fatalmente, necessariamente e doverosamente fuori della dialettica politica, delle scelte politiche, delle valutazioni politiche, pena la perdita di quelle condizioni essenziali e lo stravolgimento dell’interpretazione costituzionale…»;
«…il privilegiare con evidenza talune soluzioni su altre inserisce il capo dello Stato nelle dirette responsabilità politiche, certamente in aperto contrasto con la parola, e soprattutto con lo spirito, della carta costituzionale, e ne rende vano, impossibile l’alto compito di garante…»;
«…disattendere, non applicare la Costituzione vigente con la motivazione di ritenerla superata, è del tutto inammissibile…»;
«…per rispetto di verità, devo aggiungere che il messaggio (di Cossiga) non può essere valutato come documento isolato, ma deve essere considerato nel contesto politico di interventi certamente non collimanti con i compiti di un supremo moderatore; interventi che, valutando situazioni storiche o contingenti, traggono argomentazioni e valutazioni nei confronti di personaggi politici, di partiti, di fatti, e che, anche contro le intenzioni, inseriscono il capo dello Stato nel vivo della politica attiva, che è responsabilità a lui sottratta dal dettato costituzionale…» (Oscar Luigi Scalfaro, Camera dei Deputati, 23 luglio 1991).
Basterebbe uno sguardo ai quotidiani, per anni e anni interi, e, ora, finalmente, a questo libro, per constatare che il presidente della Repubblica Scalfaro ha stravolto ictu oculi non solamente l’interpretazione costituzione, ma l’assetto stesso, la vita della Costituzione. Per anni e anni, quotidianamente, ponendosi al centro degli eventi politici, ha usurpato sistematicamente, intenzionalmente, i poteri di indirizzo del Parlamento – annientandoli – i compiti istituzionali dei partiti secondo l’art. 49 della Costituzione, le funzioni del governo, ogni possibilità di fisiologica dialettica politica democratica e costituzionale. Nell’ambito di un unico disegno criminoso, quello di esercitare, usurpare, irresponsabilmente, ogni potere, di fare delle altre istituzioni costituzionali (governo, Parlamento, partiti) politica “del Presidente”, rivolgendosi a questo fine costantemente e direttamente al paese, all’opinione pubblica, ai mass media.
Abolendo di fatto lo strumento costituzionale dei messaggi alle Camere, potere e percorso obbligato di espressione presidenziale, egli ne ha umiliato con protervia funzioni, poteri, doveri.
Sciogliendole, quando esse erano e si protestavano nella pienezza dei loro compiti di espressione del governo – ottenendo dal “gran commis” Carlo Azeglio Ciampi di prestarsi ad un gioco irrispettoso della Costituzione e delle leggi –; successivamente rifiutandosi di scioglierle, dopo aver ispirato, guidato, fomentato quel “ribaltone” che avrebbe fatto dei governi e delle maggioranze seccamente rifiutati, respinti dall’elettorato, meri fantocci tributari della sua influenza e della sua politica “responsabilità a lui sottratta dal dettato costituzionale.
Per perseguire i suoi disegni, o il suo disegno, questo arcigno custode della severità della legge ha usato ogni mezzo. L’incarico a Giuliano Amato gli fu necessario per evitare quello a Craxi, o a Martelli, o a qualsiasi altro uomo politico carismatico o forte. Ma quando il miglior governo, sorretto o consentito dal miglior Parlamento del cinquantennio – quale fu, anche dopo l’elezione di Scalfaro, il “Parlamento degli inquisiti” – cominciò ad acquistare una sua forza autonoma ed un suo prestigio, Scalfaro consentì, esigette che fossero sufficienti avvisi di garanzia a ministri per provocarne ed accettarne le dimissioni, metterne in crisi l’opera e la stessa immagine. Aberrazione così evidente che formalmente, alla Camera dei Deputati, già allora ammonimmo non solamente il presidente del Consiglio Amato, ma direttamente il presidente della Repubblica che, in tal modo, si sarebbe presto giunti ad un uso politico generalizzato ed obbligato della calunnia e della diffamazione, come di Tangentopoli, il che avrebbe finito per coinvolgere certamente lo stesso capo dello Stato. Il che puntualmente avvenne, anche se costui fu poi tutelato da un pactumsceleris con la fazione dei giudici della sinistra, neo-fascista e antidemocratica, alleata e guardiana della sinistra politica e sociale, volta e (i fatti lo hanno dimostrato) atta a sottrarre alla obbligatorietà della azione penale il sistema associato per delinquere dei partiti; fungendo da liquidatori del CAF, a vantaggio delle gioiose macchine da guerra che si preparavano. La tutela funzionò, malgrado le riserve di qualche solitario galantuomo, come il giudice Mancuso.
Il governo Amato scomparve dall’oggi al domani, per iniziativa di Scalfaro, per ragioni e circostanze che nessuno ha mostrato di voler conoscere. Il governo Ciampi, quello Dini, durarono, come governi del Presidente, a fianco di un Parlamento dei partiti del Presidente (anche quando inizialmente, come nel 1994, gli elettori avevano stabilito diversamente), finché non gli servirono più. Intanto, una Corte Costituzionale funzionante come lit de justice del sovrano e del sistema oligarchico-partitocratico; anch’essa, come il Presidente, usurpando le funzioni politico-istituzionali del Parlamento, toglieva dalla Costituzione materiale e ai cittadini quella seconda scheda politica, la referendaria, che rappresentava la grande, profetica novità dell’Italia provvisoriamente liberata nel 1945, prima di tornare ad essere, com’è, quella dei post-comunisti, dei post-fascisti, dei post-clericali e dei cripto-liberali storicamente quasi sempre riuniti a mensa con loro, con il blocco sociale dominante fascismo e antifascismo, da Torino a Napoli, passando per Roma. L’alleanza, intendo, dei fasci e delle corporazioni industriali, sindacali, burocratiche delle pubbliche (dis)amministrazioni italiane.
Contro i diritti referendari e l’ostracismo feroce cui erano sottoposti, contro la Costituzione e i suoi dettami, il presidente della Repubblica Scalfaro è stato anche qui protagonista per omissione, ma grande protagonista. Nell’autunno del 1995, un’ondata di referendum che avrebbero potuto da soli determinare una crisi, se non il crollo del regime sembrava poter essere controllata e risucchiata con la loro clandestinizzazione abusiva e violenta. Accadde allora un episodio, che aggiungiamo agli infiniti già segnalati nel libro, di singolarissima, davvero straordinaria forza e nobiltà.
Solo in Italia poteva essere immaginabile, e fu immaginato, ma solo in Italia anche ignorato, cassato.
Per due mesi, partendo da duecento firmatari, e giungendo ad oltre cinquecento, la maggioranza assoluta sia della Camera sia del Senato rivolse al presidente della Repubblica un solenne pubblico appello. In esso gli si chiedeva di intervenire urgentemente di fronte ad un «attentato ai diritti politici dei cittadini rispetto al quale spetta a ciascuno, nell’ambito delle proprie responsabilità, non essere connivente». Si informava il presidente della Repubblica che Marco Pannella era in sciopero della fame e della sete. «Si tratta di un gesto di estrema gravità adeguato alla estrema gravità della situazione… Contiamo che nei modi e nelle forme possibili Ella vorrà intervenire perché sia posto termine a questa situazione…». L’appello denunciava «un gravissimo e illegittimo ostruzionismo da parte della pubblica amministrazione e del servizio pubblico radiotelevisivo, delle segreterie comunali che, a migliaia, non hanno consentito l’esercizio del diritto politico di sottoscrizione delle richieste di referendum popolari, attraverso l’omissione o l’abuso dei doveri d’ufficio…». «Si è realizzato – prosegue l’appello – contro le leggi e i diritti politici dei cittadini, sanciti dalla Costituzione, un autentico attentato silenzioso che proprio per questo suo carattere è stato ancor più efficace, doloso, violento».
Fra i firmatari, quasi tutti i leader politici, da Berlusconi a Fini, a Cesare Salvi e oltre cento parlamentari eletti dal Pds; quasi tutti, è bene sottolinearlo, contrari e non impegnati a favore di quei referendum. Scalfaro si dichiarò impossibilitato a fare checchessia di ufficiale o di pubblico in risposta alle denunce della maggioranza assoluta dei parlamentari. Fece qualche telefonata e informò i presidenti delle Camere, in via riservata, di quella iniziativa e di quel documento. Divenne, d’un tratto, totalmente afasico e lo restò anche dinanzi ad uno sciopero della fame di 62 parlamentari di tutto l’arco politico, da Rifondazione Comunista al Msi, passando per i due poli. Episodio inimmaginabile, lo ripetiamo, ovunque altrove. Tanto nobile, quanto ignobile la risposta.
Raccogliemmo – poi – ugualmente oltre 12 milioni di firme autenticate per i 20 quesiti referendari. La Corte Costituzionale ne stracciò più di 8 milioni, con sentenze che ribadivano la assoluta incertezza del diritto. Per i quesiti residui, governo e maggioranza scalfariana riuscirono a non far scattare il quorumnecessario, e (malgrado i sì fossero in maggioranza con l’80 per cento dei voti espressi) la validità di quelle votazioni.
In altre occasioni, non poche, il presidente Scalfaro fu protagonista attivo di veri e propri pronunciamenti eversivi e anticostituzionali, come quando si recò ad un congresso del sindacato dei magistrati, a Catania, e proclamò che mai e poi mai avrebbe controfirmato leggi che sancissero la separazione dei magistrati.
Per finire, diamo di nuovo la parola al deputato Scalfaro, Pm contro il presidente Cossiga: «…mancherebbe al suo dovere un Parlamento che facesse finta di nulla, o, con grave danno dello Stato e delle istituzioni, pensasse di minimizzare ogni cosa. Guai se il Parlamento, pure con serenità, con grande rispetto, non si schiera per la verità e sfugge alle sue responsabilità. Ne andrebbe del prestigio delle più alte istituzioni, della comprensibilità dell’azione politica presso i cittadini, della credibilità, ma soprattutto ne discenderebbe ulteriore danno grave allo Stato democratico, ulteriore lesione allo Stato di diritto…» (Oscar Luigi Scalfaro, Camera dei Deputati, 23 luglio 1991).
Il Parlamento statunitense ha processato il presidente Clinton (al termine di una istruttoria che lo ha infamato per sue vicende sessuali, private) per avere testimoniato il falso. E ha votato sul suo caso, proprio mentre gli Usa erano impegnati in guerra contro Saddam. È stato, è un Parlamento.
Quello italiano ha assistito, inerte ed estraneo, a quindici anni di tradimento e di attentato alla Costituzione, particolarmente nell’ultimo settennato, senza emettere un sospiro. Il Parlamento italiano è un parlamento democratico tanto quanto Scalfaro è un presidente della Repubblica di uno Stato di diritto: più punto che poco. Fin quando presidenti come Oscar Luigi Scalfaro eviteranno di essere tradotti ad una Alta Corte per esservi giudicati secondo Costituzione anche il Parlamento meriterebbe di essere considerato, qual è: un Parlamento – per molti aspetti – da isola delle Banane.
Ad un giornalista che gli chiedeva se il presidente della Repubblica gli avesse mai telefonato e fatto telefonare sul suo grave stato di salute, Bettino Craxi ha risposto: «Chi? Un tale uomo? Si figuri».
Il presidente Scalfaro appartiene, certo, a quella categoria di persone che ritengono esser giusto e conveniente tenersi caro il debitore, e augurarsi la morte del creditore. Se mai dovesse essere riconfermato, sin d’ora lo informiamo che abbiamo rimesso, da sempre, i nostri crediti, e debiti. Non so bene perché: ma ciò detto, siamo più tranquilli.